GIOVEDÌ 17 MAGGIO 2018, 00:02, IN TERRIS

I veri barbari non sono gli italiani

LUCA LIPPI
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La firma del Trattato di Maastricht
La firma del Trattato di Maastricht
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ulle fibrillanti riunioni tra Lega e Movimento 5 stelle, il Financial Times, come spesso accade, interviene a sproposito offendendo il nostro Paese. Intanto Katainen ostenta protervia ammonendo che non devono esserci alterazioni del "patto di stabilità".

È giunto il momento di spolverare la memoria di quanti sono costretti a sopportare queste ingerenze. Le forze politiche in trattativa per raggiungere un contratto di governo hanno avuto legittimazione attraverso le elezioni, dai Palazzi sarebbe dovuta giungere una reazione stizzita alla definizione di "barbari" rivolta a milioni di italiani. Riguardo Katainen, la sua affermazione è piuttosto inopportuna, quanto meno a rivalutare come è nato il "patto di stabilità".

Diamo una breve lezione di storia per dimostrarlo. La Ue sarebbe dovuta nascere da Trattato di Maastricht del 1992 e non fondarsi su tutto quello che è successo dopo fino al Fiscal Compact. Le regole fissate per l’entrata in circolazione dell’euro come stabilite Maastricht sono state drasticamente disattese. Tutte le leggi e tutti i trattati possono essere cambiati ma questo può avvenire nel rispetto di altre leggi e soprattutto nel rispetto delle procedure previste.

Dopo la caduta del muro di Berlino la Francia ha posto a Helmut Kohl (cancelliere tedesco dal 1982 al 1998) tutta una serie di condizioni e limitazioni atte a europizzare la Germania allo scopo di non germanizzare l’Europa. Parigi svolse diplomatico di convincimento di tutti i Paesi dell’area per allertare sul pericolo di germanizzazione dell’Europa. Berlino aveva necessità del consenso dei Paesi europei per procedere all’unificazione, e soprattutto aveva necessità di un sostegno economico per un’operazione costosissima. Tra le condizioni poste ai tedeschi ci fu quella di rinunciare al Marco (la moneta tedesca all’epoca). Altra condizione, fortemente voluta dalla Francia, fu quella di pretendere la presenza dell’Italia dentro la nascente Ue. La pretesa francese nei confronti dei cugini d’oltralpe ha origine dal fatto che dare vita a una moneta unica, con regole nuove foriere di rigore per tutti quanti, lasciando fuori l’Italia - dotata di un'industria molto agile e insidiosa (la seconda del continente) di un fortissimo ascendente sul mercato mondiale e di una moneta sovrana - sarebbe stato serio pericolo per tutti. Il cancelliere tedesco accettò le condizioni poste dagli altri Paesi europei, pur trovando il più coriaceo degli oppositori proprio in casa: la Banca centrale tedesca. 

La Bundesbank aveva alcuna intenzione di rinunciare al Marco tedesco e soprattutto non voleva l’Italia e più in generale i Paesi mediterranei, considerati indisciplinati. Nelle trattative per la costituzione della Ue e nella composizione dei punti cardine di quello che sarebbe stato il trattato di Maastricht, uno dei parametri necessari e sufficienti per entrare a far parte della nascente Ue era il rapporto tra il debito pubblico lordo e il Pil non superiore al 60%.

Il mediatore italiano dell'epoca (Guido Carli) pretese subito che si tenesse presente il fatto che (a quei tempi) il debito pubblico dell’Italia era al 105%. Parliamo del doppio esatto. Carli chiarì che non si poteva chiedere al nostro Paese di rientrare in tempi brevi nel parametro del 60%. Un rientro repentino avrebbe significato il taglio delle pensioni e l'interruzione di ogni politica economica per il sostegno dello Stato sociale. 

La dichiarazione di Carli a Kohl fu chiarissima: o si stabilivano tempi tecnici e significativamente accettabili per ridurre il differenziale oppure l’Italia poteva rimanere tranquillamente fuori dalla moneta unica. In sostanza, Carli pretendeva il criterio della tendenzialità sia per l’Italia sia per tutti gli altri Paesi all’epoca lontani dei parametri necessari per adottare la moneta unica, per rientrare gradualmente nel famoso 60%, senza per questo escludere una politica interna del rigore.

Inoltre, il trattato doveva prevedere che in caso di crisi (come quello che stiamo subendo ormai da dieci anni) si sarebbe dovuta sospendere completamente la verifica dei parametri. In ultimo, ma non ultimo, Maastricht stabiliva (a ragion veduta) l’accesso al credito dello stato membro non appena si intravedesse una concreta e dimostrabile motivazione di crescita.

Maastricht viene approvato il 7 febbraio del 1992 ma a marzo del 1992 in Italia esplode "tangentopoli". Immediatamente la Germania approfittò degli scandali che distraggono il nostro Paese. La Bundesbank entra a gamba tesa nella trattativa con il governo Andreotti, mettendo mano a quei criteri già inseriti nei trattati. Premesso che un trattato può essere modificato solamente con un atto dello stesso tipo, ma come si potevano annullare le regole scritte e imposte da Carli a Kohl? L’ostacolo venne aggirato adottando una serie di semplici "regolamenti". A questa nuova "prassi" tutti i Paesi europei si adeguarono, compresa l'Italia all’epoca guidata dal governo Prodi. In questo modo nacque il "Patto di Stabilità", che in un sol colpo eliminò il principio di tendenzialità. E per farla breve nacquero una moneta unica e una Ue diverse da quelle volute dai cittadini europei.

Attraverso un regolamento, passando il Patto di Stabilità (regolamento n. 1466 del 1997), il criterio della tendenzialità scomparve e fu l’inizio della fine per tutti i Paesi con maggiori difficoltà di debito pubblico. La prima conseguenza è stata la chiusura di centinaia di industrie e attività e conseguentemente milioni di persone disoccupate soprattutto giovani. Tagli senza soluzione di continuità allo stato sociale, tra questi taglio alle pensioni ai servizi primari come il servizio sanitario e tutto quello che ormai siamo abituati a subire quasi smettendo di rendercene conto della gravità e soprattutto del fatto che non abbiamo ancora toccato il fondo.

In conclusione, Salvini e Di Maio, sembrano voler rimettere mano a questa anomalia. Non possiamo scommettere sul fatto che abbiano lo spessore e la forza per farlo ma se questo fosse, sarebbero tutt’altro che barbari e Katainen dovrebbe moderare quello che appare un atteggiamento piuttosto "intimidatorio".

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