Primo contagio di Ebola negli Usa, è massima allerta

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:18

L’Ebola ha superato i confini del continente africano ed è sbarcato negli Usa, nella popolosa città di Dallas. Il primo caso diagnosticato di contagio in terra americana è stato confermato dal Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) di Atlanta, la massima autorità sanitaria negli Stati Uniti.

L’uomo infettato, la cui identità è tenuta momentaneamente segreta, è tornato dalla Liberia – il Paese maggiormente flagellato dall’epidemia – il 20 settembre scorso. Quattro giorni più tardiha cominciato ad avvertire alcuni sintomi influenzali e il 26 si è fatto visitare dal suo medico curante. Il 28 è stato ricoverato e messo in “isolamento stretto” al Texas Health Presbyterian Hospital di Dallas poiché presentava tutti i segni della febbre emorragica. I test del sangue hanno poi confermato che si tratta dell’Ebola. Il direttore del Cbc Thomas Frieden ha detto che oltre a prendersi cura della persona, le autorità sanitarie dovranno identificare tutti gli individui con cui il malato è entrato in contatto dopo il manifestarsi della malattia e che saranno tenute sotto controllo per 21 giorni.

«Non c’è alcun dubbio che la situazione rimarrà sotto controllo e che Ebola non si diffonderà negli Usa» hanno affermato le autorità sanitarie americane, sottolineando come «non ci sia nessun altro caso sospetto in Texas al momento». Nelle ultime settimane molti sono stati i casi sospetti che hanno messo in allerta gli ospedali Usa, ma finora tutte le persone esaminate erano risultate negative al virus. Dallas, con 1 milione e 200 mila abitanti, è la terza città del Texas e la nona degli Stati Uniti in ordine di grandezza, e insieme a Fort Worth è la più grande area economica metropolitana negli Usa centro-meridionali. Se le autorità non riuscissero a contenere e isolare i casi di infezione, si potrebbe avere una epidemia su vasta scala.

Il virus Ebola ha una mortalità, che, a seconda del ceppo, raggiunge l’85% dei casi. Il contagio non avviene via aerea, ma solo attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei – compresi sudore e saliva – della persona infetta. Ha un periodo di incubazione che va dai 2 ai 21 giorni. Attualmente non esistono né cure specifiche né vaccini. In Africa Occidentale ha già procurato almeno 3100 decessi.

Proprio oggi l’Unicef ha dichiarato che in Guinea, Liberia e Sierra Leone 3.700 bambini sono rimasti orfani. E quel che è più grave – dice Manuel Fontaine, direttore regionale dell’Unicef per l’Africa occidentale – è che «molti di questi bambini sono abbandonati dal resto della famiglia, che ha paura di prendersene cura perché teme di essere contagiata». L’Unicef prevede che per la metà di ottobre il numero di bambini orfani sarà raddoppiato.

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