Nucleare: ultimatum di Rohani

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:27

Teheran, per il momento, non intende ritirarsi dall'intesa sul nucleare, ma riprenderà l'arricchimento del suo uranio se entro 60 giorni i partner non accetteranno di soddisfare le sue richieste in ambito petrolifero e bancario. Lo ha annunciato il presidente, Hassan Rohani, al suo gabinetto, citato dall'Irna.

Il comunicato

L'ultimatum è stato annunciato da Rohani in una lettera ai restanti partner del Piano comprensivo di azione (Jcpoa), firmato nel 2015 con il gruppo “5+1” (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania), nel primo anniversario del ritiro americano dall'intesa. I termini vengono espressi in un comunicato diffuso dal Consiglio supremo di sicurezza nazionale di Teheran. “Per proteggere la sicurezza e gli interessi nazionali del popolo iraniano, e nell'implementazione dei suoi diritti previsti dai paragrafi 26 e 36 del Jcpoa, la Repubblica islamica interrompe da oggi alcune delle sue misure sotto il Jcpoa”, spiega la nota.

Condizioni

Teheran annuncia quindi di non sentirsi più obbligata a rispettare i limiti attualmente previsti sulle sue riserve di uranio arricchito e acque pesanti e concede 60 giorni ai partner per “soddisfare i loro obblighi, specialmente in campo petrolifero e bancario”, in modo da bilanciare come promesso gli effetti delle sanzioni Usa. Se ci sarà un'intesa, Teheran tornerà a rispettare tutti gli obblighi del Jcpoa. Ma senza un accordo, si riserva di riprendere anche altre attività nucleari. “La finestra che è ora aperta per la diplomazia non lo rimarrà a lungo“, conclude la nota.

Pazienza finita

Il ministro iraniano degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, ha twittato: “Dopo un anno di pazienza, l'Iran interrompe le misure che gli Usa hanno reso impossibile continuare. La nostra azione è nei termini previsti dal Jcpoa”. I restanti partner dell'accordo sul nucleare “hanno una stretta finestra per ribaltare” questa situazione. 

La posizione cinese

Pechino, da parte sua, chiede la piena attuazione dell'accordo siglato nel 2015. Per il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, “tutte le parti coinvolte hanno la responsabilità perché questo accada”. 

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