Omaggio a Van Gogh

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:20

Gli autoritratti sulle sedie sono dipinti ad olio. “Infinite cose farà il pittore che le parole non potranno nominare”. Così  Leonardo da Vinci sintetizza in poche parole la missione dell'artista. Una frase scelta dal pittore Giannetto Magrini per presentare la sua mostra personale “Omaggio a Vincent” che sarà inaugurata domani a Jesi, in provincia di Ancona, e che resterà aperta nello spazio espositivo “Studio XX Giugno” fino al 30 settembre. ” I quattro lavori che si vedranno in questa mostra (dipinti ad olio su carta 100 x 70) sono l'evoluzione delle sedie con gli autoritratti di Van Gogh che avevo già esposto nel 2017″, spiega a In Terris Giannetto Magrini. In cataloghi e studi specifici, all'opera di Magrini hanno dedicato approfondimenti e testi critici, tra gli altri, Gianni Rossetti, Attilio Coltorti, Armando Ginesi,Gloriano Paoletti, Loretta Mozzoni, Attilio Pastori, Augusta Franco Cardinali, Alberto Pierucci.  

L'uso selvaggio del colore

Giannetto Magrini nasce a Jesi nel 1938. Vive e lavora nella sua città. “La passione per l'arte è un fuoco che ha dentro, un richiamo istintivo, un'attrazione che stimola la sua curiosità e lo avvicina ai grandi maestri- sottolinea Gianni Rossetti -.Non aveva ancora compiuto 18 anni quando decise assieme a un caro amico, Gilberto Filippetti, di visitare la biennale di Venezia. Era il 1956 e nel padiglione francese c’erano esposte opere giganti di Matisse, uno dei maggiori esponenti del Fauvismo, una corrente artistica nata dal pittore simbolista Gustave Moreau che spinse i suoi studenti a pensare al di fuori del solco della tradizione e a seguire le proprie visioni e le proprie mozioni”. Matisse, uno dei grandi artisti del XX secolo, partiva dalla raffigurazione della realtà per trasformarla in forme semplificate attraverso l’uso selvaggio del colore, cioè una gamma cromatica sganciata dal riferimento naturale. Fauves significa “bestie selvagge”. L’incontro con l’arte di Matisse segna profondamente l’evoluzione artistica di Giannetto Magrini, che nel 1962 va a Parigi alla scoperta dei più importanti musei e collezioni d’arte della capitale francese. E proprio in quegli anni comincia il suo percorso e seguendo i primi disegni figurativi, i primi dipinti, le prime sculture. 

Strutture immaginifiche

“Magrini è affascinato dalla ricerca di nuove forme espressive – osserva Rossetti -.Nel 1966-67 realizza le prime composizioni sperimentali, la “digitografia”, una specie di anticipazione di quello che sarà lo sviluppo tecnologico di fine millennio. Nel 1967 si lancia nelle opere informali che chiamerà “strutture immaginifiche”. Con questi particolarissimi lavori partecipa al premio Marche che si è svolto in quello stesso anno ad Ancona. Si impone all’'attenzione pubblica della critica con una serie di ritratti immaginari”. Poi nuovi percorsi artistici: nel 1970 a Barcellona, poi Londra dove scopre ingrandimenti metallici e strutture cellulari. Dopo quel viaggio comincia a dipingere opere su fondo nero, una specie di viaggio nell'ignoto, alla ricerca del mistero e del miracolo della nascita della vita. “L’inizio degli anni ‘80 ha una sua precisa identità ed è ormai un artista in grado di tracciare strade innovative sempre nell'ambito della sperimentazione, della ricerca e delle avanguardie- ricostruisce Rossetti-. Individua nuove tecniche e realizza opere materiche di impostazione archetipica-informale. Si dedica anche alla scultura e propone alcune opere in marmo. Nel 1983-84 scopre per caso vecchi modelli da fonderia, il legno, utilizzati da una fabbrica di macchine agricole di Jesi. Li acquista in blocco e li assembla suo modo realizzando una serie di originalissime sculture”. 

Percorso alla rovescia

Con il passare degli anni emerge l'attenzione e l'interesse verso il sociale. Dipinge quadri di grandi formati su temi di attualità, come l’immigrazione clandestina. Negli ultimi anni, un po’ in controtendenza con lo sviluppo tecnologico punta la sua attenzione sul libro cartaceo. “Realizza opere assai significative che espone in una ex chiesa nel cuore della vecchia Jesi, proprio accanto al museo dell’arte tipografica – puntualizza Rossetti -. Per Magrini il libro resta il perno del sapere e della cultura e rifiuta l’idea che la tecnologia, l’elettronica e i nuovi strumenti di comunicazione possano trasformarlo in una specie di feticcio. Quasi un percorso alla rovescia per un artista che è stato un innovatore, un precursore dei tempi, un esploratore del nuovo. In realtà gli anni che passano non hanno affatto affievolito la sua sete di ricerca, la sua smania infinita di conoscenza”. 

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