“Non domandarmi di me, Marta mia”: sogno e dolore nello spazio di una lettera

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:14

Una riflessione che si dipana nel volgere di una notte, a stretto contatto con un foglio scritto che è parte integrante della vita stessa. Intima e coinvolgente allo stesso tempo la trama che anima la rappresentazione Non domandarmi di me, Marta mia…, in scena il 22 agosto nella kermesse “I solisti del teatro” (giunto alla sua XXVI edizione) ai Giardini della Filarmonica romana. Uno spettacolo che porta la firma di Katia Ippaso, vede alla regia Arturo Armone Caruso (produzione Nododiragno) e che si avvale in scena della carismatica figura di Elena Arvigo, nel ruolo dell'attrice Marta Abba, musa ispiratrice del maestro Luigi Pirandello e posta di fronte alla notizia della sua morte, il 10 dicembre 1936, mentre recita nel teatro dei sogni di Broadway, a New York.

Il sogno

Ma non è sotto le luci del Plymouth Theatre del Midtown che si dipana la scena. Marta rientra nella sua stanza, lasciando fuori dalla finestra il via vai della Manatthan degli anni Trenta per riaprire il cassetto dei ricordi ed estrarne l'ultima lettera che Pirandello le aveva scritto, appena sei giorni prima di morire. In quel testo, attraverso il quale si snoda e si sonda lo stato d'animo di Marta, il suo mentore non parla del suo male. Ma non è un caso che i neon di Broadway vengano lasciati fuori dalla scena: “I temi dell’impossibile fusione amorosa – spiega il regista Arturo Armone Caruso -, del senso dell’arte, di cosa si vale realmente, della vecchiaia inesorabile, della morte e della forma, anche quella dell’arte, che soffoca la vita irrompono sulla scena lasciandoci al termine dello spettacolo con il sentimento di una irrimediabile perdita, di una minaccia incombente”. Un senso di oppressione che si combina a quello dello sconforto, nonostante il sogno sia lì, appena oltre la strada.

Il dolore

Una vicenda dolce e struggente quella che lega Marta a Pirandello. Un epistolario che racchiude il rapporto di stima e amicizia fra i due che, insieme, riuscirono a regalare pagine memorabili del teatro italiano. In quella stanza di Manhattan Marta riprende quelle lettere, “le sparge sul letto e sul pavimento, vi si immerge e rievoca così la loro storia, la storia di un rapporto elettivo, agli altri segreto e in una qualche forma incomprensibile”. Uno scenario che rende “la camera dell’albergo newyorkese di Marta Abba” un “caleidoscopico comporsi e scomporsi di forme: inquadrature che inseguono il fluire del testo e della tessitura musicale”. E che, allo stesso tempo, danno il peso della relazione fra i due insita nelle lettere: “Luigi Pirandello e Marta Abba si allontanano all’infinito nella glaciale notte newyorkese, all’alba dell’immane catastrofe, di un’epoca buia che lo stesso Pirandello sentiva avvicinarsi”.

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