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Gli impollinatori si estinguono, le conseguenze sull’ecosistema sono gravi

In molti ignorano l’importanza di alcuni organismi animali chiamati impollinatori che spostando il nettare permettono la fecondazione delle piante e quindi anche la produzione di cibo, come i frutti e altri materiali di origine vegetale. Senza di loro, molte specie di piante si estinguerebbero e gli attuali livelli di produttività potrebbero essere mantenuti solamente a costi veramente alti attraverso l’impollinazione artificiale. Ad oggi però alcuni fattori esterni mettono a dura prova l’azione degli impollinatori e c’è bisogno di un intervento per mitigarne le conseguenze.

L’intervista

Interris.it ne ha parlato con Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette e biodiversità di Legambiente che ha spiegato l’importanza del ruolo degli impollinatori e il loro impatto sull’ecosistema.

Dottor Nicoletti, cosa ha ridotto questa attività?

“A giocare a sfavore sono diversi fattori. Tra questi ci sono i processi di inquinamento e di industrializzazione agricola intensiva che, con l’uso di molecole pericolose di sintesi, del glifosate e dei pesticidi fitofarmaci rappresentano un pericolo per la vita degli impollinatori,  per l’ecosistema e per la sua biodiversità. Inoltre, hanno un ruolo negativo il cambio di destinazione dei suoli e il cambiamento climatico che a sua volta creano delle modifiche al calendario delle fioriture delle piante generando per esempio degli squilibri nei comportamenti delle colonie delle api e mettono a rischio di estinzione alcune specie vegetali”.

Questo fenomeno si sta verificando all’improvviso?

“Assolutamente no, il mondo scientifico conosce questi parametri di rischio da quarant’anni. Poi, con l’aumento delle temperature avvenuto nell’ultimo decennio, la situazione si è aggravata. Possiamo anche notare come l’inquinamento e il cambiamento climatico possano incidere su alcune specie che sono meno adattabili rispetto ad altre a questi fenomeni in corso. È il caso per esempio di alcune specie di api che hanno bisogno di un particolare habitat umido, ma se non lo trovano diventano molto più vulnerabili”.

Le specie di api a rischio sono molte?

“Nella lista rossa della IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) sono state valutate a rischio di estinzione 58 delle 130 specie di api esistenti nel pianeta. È in questo contesto che diventa fondamentale il ruolo dell’apicoltore che, mediante tecniche apistiche sostenibili, ha il delicato compito di contrastare i danni provocati dai cambiamenti climatici e dall’inquinamento. Di  fatto, oggi solamente le colonie di api allevate sopravvivono, con una forte diminuzione degli alveari naturali ed una conseguente perdita del patrimonio genetico. All’interno della rete alimentare poi, la classe degli insetti bottinatori in genere impollina il 90% delle piante e delle coltivazioni, mentre il 75% delle colture alimentari e del cibo dipende dal loro incessante lavoro”.

Quali sono le conseguenze per noi singoli cittadini?

“Tutto questo ha un riflesso diretto sulla produzione e sugli stessi consumi. Viene per esempio ridotta molto drasticamente la produzione di miele e in alcuni casi c’è anche una proliferazione di alcune patologie che colpiscono i castagneti, tanto che negli scorsi anni c’è stata una netta diminuzione della produzione di castagne”.

Come si interviene?

“Per ridurre la perdita in atto bisogna innanzitutto passare all’agricoltura biologica e contemporaneamente ridurre l’uso di fitofarmaci e di pesticidi. Inoltre, è fondamentale ripristinare la natura dove è stata degradata e aumentare le aree protette in quanto quest’ultime favoriscono la salubrità degli ecosistemi. Poi per quanto riguarda invece i cambiamenti climatici, la situazione non è rosea in quanto le proiezioni di alcuni ricercatori dicono che se la temperatura supera i 2° e si avvicina ai 4° si mette a rischio circa il 20% dell’intero ecosistema. Per questo motivo è urgente puntare su energie rinnovabili, riducendolo l’uso di quelle quelle fossili che invece incidono negativamente sulle temperature globali”.

Elena Padovan

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