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Ecco perché la fame nel Sahel è una piaga invisibile al mondo

L’emergenza-malnutrizione nel Sahel è una colossale tragedia che il mondo ignora. A testimoniare a In Terris la “strage silenziosa” nell’Africa subsahriana è Virginio Pietra. Già Rappresentante Medicus Mundi Italia (MMI) in Burkina Faso. E una profonda esperienza nellalotta alla malnutrizione. “In Burkina, come negli altri paesi saheliani, la sopravvivenza della maggioranza delle famiglie è precaria- spiega Virginio Pietra-. Dipende dall’agricoltura e dal piccolo allevamento. E quindi dall’andamento delle piogge monsoniche che iniziano a maggio e terminano in ottobre, mese del raccolto. A seconda di come è piovuto, le scorte di miglio cominciano a scarseggiare tra febbraio e maggio. E’ l’inizio della saldatura che durerà fino al nuovo raccolto. Durante la quale si mangia, se va bene, una volta al giorno“.

Sos Sahel

“Quando le scorte finiscono, la polenta si fa con il miglio comperato sul mercato grazie alla vendita di capre e polli. O alle rimesse dei familiari emigrati in Costa d’Avorio. Per la maggioranza delle famiglie- prosegue Virginio Pietra-. La fame è dunque un’ospite sgradito ma atteso ogni anno Per periodi più o meno lunghi. E sopportato in silenzio, per stoicismo e per ritegno. Per tutto l’anno la maggioranza delle donne e dei bambini burkinabé sono anche accompagnati dalla fame nascosta. Cioè da deficit nutrizionali. Dovuti non alla scarsa quantità di cibo ma alla sua qualità”. Culturalmente, nelle campagne donne e bambini vivono, infatti, in dieta vegana obbligata. Carente in micronutrienti. Che sono sali minerali, quali ferro o zinco. E vitamine come la A o la B12“.

Fame nascosta

Quindi “la fame stagionale e la fame nascosta dei poveri, a parte casi estremi, sono ampiamente diffuse. Al punto da non essere percepite come un problema“. Sottolinea il medico: “Per cui sono considerati normali – come in Italia fino agli anni ’50 – il dimagrimento durante la saldatura tra i raccolti. L’anemia di donne e bambini. E la bassa statura che risulta da un’alimentazione cronicamente deficitaria. Diverso è invece nel caso delle grandi carestie che nel Sahel si verificano circa ogni dieci anni. A seguito periodi di siccità generalizzata. Queste carestie sono percepite come catastrofi. Non solo all’interno dei paesi colpiti. Ma anche a livello internazionale”.

Medicus Mundi

“In Burkina Faso la carestia degli anni ’70 ha provocato l’arrivo nel Paese delle Ong europee e statunitensi- evidenzia Virginio Pietra-. Quella degli anni ’80 l’inizio delle attività per molte cooperazioni bilaterali. Tra cui quella italiana. E per le agenzie delle Nazioni Unite. Con l’ultima grande siccità del 2011 inizia l’impegno su larga scala di Medicus Mundi Italia (MMI) nella lotta contro la malnutrizione. Di cui l’Ong si era precedentemente occupata solo nell’ambito della cura dei bambini positivi all’HIV. Seguiti negli ospedali dei religiosi Camilliani. Nella capitale Ouagadougou. E a Nanoro, in zona rurale”. Per questi bambini oltre al trattamento antiretrovirale, è infatti indispensabile intervenire nel recupero della malnutrizione acuta. E a questo fine MMI è stata tra i primi in Burkina Faso ad introdurre i protocolli Oms. Basati su alimenti terapeutici pronti all’uso. Si tratta di un mix preconfezionato di pasta d’arachide, latte artificiale e micronutrienti. Che le mamme possono somministrare a domicilio. Con visite ambulatoriali settimanali.

Protocolli per il Sahel

“Grazie anche all’esperienza di MMI, questi protocolli erano stati adottati a livello nazionale. Ma non ancora introdotti su larga scala- precisa il medico-. Su finanziamento Ue, in tutte le regioni del Burkina più colpite dalla crisi alimentare, Ong europee sono intervenute. Supportando il sistema sanitario nazionale. Soprattutto per la formazione e la supervisione del personale. In questa dinamica, la regione di intervento di MMI è stata il centro ovest. Dove l’Ong già lavorava all’ospedale camilliano di Nanoro”. Un impegno che si è tradotto in una collaborazione con LVIA, un’altra ONG italiana. Così ogni anno e per cinque anni circa 10 mila malnutriti gravi sono stati curati. E nella quasi totalità guariti. Cosa altrettanto importante, il protocollo di recupero nutrizionale continua ad essere applicato. In routine. Dopo la fine dell’intervento delle Ong. Perché, anche al di fuori delle carestie, i casi di malnutrizione ci sono sempre. In particolare nel periodo della saldatura tra i raccolti.

 

Giacomo Galeazzi

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