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Nagorno Karabakh: le ragioni delle due posizioni a confronto

Giorni di tensione nell’area del Nagorno-Karabakh, in Azerbaigian. Il governo Azero ha reso noto che 192 soldati e un civile sono rimasti uccisi nell’offensiva lampo dello scorso 19 settembre attuata contro il gruppo di etnia armena presente nel Nagorno-Karabakh – zona nota anche come Artsakh – conclusasi con l’impegno dei ribelli a deporre le armi.

Intanto, secondo il governo armeno, quasi un quarto della popolazione del Nagorno-Karabakh è fuggita in Armenia da quando Baku ha lanciato l’attacco. Nello specifico, sono già oltre 50.000 i rifugiati dal Nagorno-Karabakh giunti in Armenia, pari a oltre un terzo della popolazione dell’enclave. L’Azerbaigian ha aperto domenica scorsa l’unica strada che porta dal Nagorno-Karabakh all’Armenia, quattro giorni dopo che i ribelli hanno accettato di disarmarsi secondo i termini di un accordo di cessate il fuoco che riporta la regione sotto il controllo di Baku.

Una situazione complessa, con radici antiche, difficile da comprendere per chi è lontano, geograficamente e culturalmente. Per tale motivo, Interris.it ha dato voce a due autorevoli figure: lo storico Daniel Pommier Vincelli e il Consiglio per la comunità armena di Roma.

L’intervista al prof. Daniel Pommier Vincelli

Secondo lei, cosa è successo in Nagorno Karabakh?

“Si è chiusa una frattura apertasi 35 anni fa, nel 1988, quando la comunità armena del distretto autonomo della Repubblica Sovietica Azerbaigiana attuò un progetto secessionista, che si scontrò con un enorme ostacolo”.

Quale?

“Le 15 repubbliche sovietiche destinate a diventare indipendenti avevano stretto un patto fra loro: i loro confini sarebbero stati tutti validi. Le minoranze linguistiche, le autonomie, sarebbero state interne e non sarebbero nati nuovi Stati. Ogni volta che questo semplice principio è stato violato è scoppiata una guerra: dalla Georgia, alla Transnistria, dall’Ucraina al Karabakh”.

Come si è arrivati alla svolta?

“Semplice. Armenia e Azerbaigian hanno stipulato un patto non scritto in cui tornano – come nel 1991 – a garantire la propria integrità territoriale reciproca. Il primo ministro armeno va in tv e dice: ‘il Karabakh è Azerbaigian’. A quel punto il separatismo non è più un tema internazionale ma un fatto interno dell’Azerbaigian. Una settimana dopo quell’annuncio la guerra era finita”.

Molti osservatori lamentano un rischio di pulizia etnica degli armeni del Karabakh…

“Ho il massimo rispetto di queste voci, che ascolto quotidianamente, ma dissento. Non è in corso alcuna pulizia etnica. I colloqui tra autorità civili armene e azerbaigiane proseguono e ci si sta concentrando sull’assistenza umanitaria. Ovviamente, e sfondo qui una porta aperta, gli azerbaigiani devono astenersi da qualsiasi vendetta o persecuzione, perché delegittimerebbe la loro vittoria. C’è stata una pulizia etnica vera in Caucaso: essa ha riguardato le popolazioni azerbaigiane scacciate nel 1993 dalle loro terre. Un milione di profughi che nessuno di questi autorevoli commentatori ha mai ritenuto degni di una menzione. Ora, con gli armeni, deve parlare la politica e tacere le armi. La politica può evitare qualsiasi potenziale pulizia etnica”.

Come?

“Una ricercatrice italiana, Simona Scotti, che lavora a Baku al Topchubasov center – un organismo indipendente di analisi – ha lanciato un pacchetto di proposte che mi vede convinto sostenitore: doppia cittadinanza agli armeni, massima autonomia culturale, mantenimento di un organismo armeno di transizione, focus group e dialogo tra le due comunità. Ovviamente la parte del leone la faranno gli investimenti economici. Bisogna portare una regione rimasta isolata per 35 anni, povera e arretrata nonché sfregiata dalle mine, a integrarsi col mercato globale”.

Eppure gli armeni stanno fuggendo….

“Sì. Alcuni stanno fuggendo. Per paura della pulizia etnica. Perché la conoscono avendola praticata contro gli azerbaigiani (e i curdi) dei sette distretti occupati nella prima guerra. Temono di ricevere lo stesso trattamento. Ci auguriamo con tutto il cuore che le cose vadano diversamente e non si ripeta il 1993”.

La posizione del Consiglio per la comunità armena di Roma

“Ancora una volta l’Azerbaigian è ricorso alla violenza delle armi e a nulla sono valsi gli appelli internazionali rivolti al dittatore Aliyev”. Così scrive il Consiglio per la comunità Armena di Roma nel proprio sito.

“Come armeni della diaspora non possiamo che essere terribilmente addolorati per la sorte dei nostri fratelli in Artsakh vittime ancora una volta della feroce campagna militare dell’Azerbaigian e già provati da mesi di malnutrizione a causa del criminale blocco del corridoio di Lachin imposto dal regime azero”.

“L’Azerbaigian ha anche creato dei corridoi umanitari per l’evacuazione della popolazione dalle zone pericolose del Nagorno Karabakh, un modo per ‘cacciare’ gli armeni da quella terra che è stata da sempre quella dei loro avi. Siamo molto preoccupati per la sorte dei 120.000 armeni della regione costretti a lasciare patria, case, lavoro per fuggire altrove oppure destinati a vivere come sudditi odiati nella dittatura di Aliyev che (report 2023 di ‘Freedom house’) è fra le peggiori al mondo per rispetto dei diritti civili e politici”.

“Anche il destino del patrimonio culturale e religioso armeno (già vandalizzato o distrutto nei territori conquistati dagli azeri durante la guerra) è fortemente a rischio. Al riguardo, siamo addolorati che il monastero di Amaras dove nel 406 il monaco Mashtots coniò l’alfabeto armeno sia ora occupato dai soldati dell’Azerbaigian che avranno probabilmente già provveduto a danneggiarlo”.

“Non possiamo dimenticare che l’inerzia e/o la complicità di vari attori internazionali sta portando la popolazione di un Paese libero a vivere in una delle peggiori dittature al mondo. Se, come sembra, ci si avvierà verso una obbligata integrazione dentro lo Stato azero non è difficile immaginare come la vita degli armeni sarà segnata da sempre maggiori restrizioni e progressivamente lingua, cultura e storia saranno bandite”.

“Chiediamo alla comunità internazionale e ai media di non abbandonare al loro destino gli armeni dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) e di vigilare perché i loro diritti siano sempre tutelati, agendo con gli opportuni strumenti coercitivi, giuridici e politici. Il nostro ultimo pensiero va a coloro che hanno perso la vita, ai feriti, ai rifugiati e a tutti coloro che aspirano a vivere in libertà”.

Milena Castigli

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