Se non si eliminano le disuguaglianze l’Italia difficilmente potrà ripartire

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Il governo Draghi ha confermato come titolare del Ministero per le pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti. Purtroppo il ministero non è dotato di un portafoglio, ma sarebbe opportuno che lo diventasse. Ad ogni modo, quello delle pari opportunità rimane un tema cruciale per il nostro Paese.

Questo non solo perché veniamo da un ritardo strutturale: nell’ambito dell’occupazione femminile, ma anche per quella giovanile, l’Italia è sempre stata fanalino di coda in Europa. Fenomeno ancora più grave nel Meridione. Ecco perché siamo convinti che, così come era stato delineato nel PNRR, è necessario affrontare il tema della territorialità, delle strategie, degli investimenti per l’occupazione femminile e giovanile, come punti cardine. Se non riusciamo a diminuire queste disuguaglianze difficilmente il nostro Paese riparte.

Tramite una rete di associazioni, “Half of it. Donne per la salvezza“, abbiamo consegnato una lista di proposte sia per quanto riguarda la necessità di stabilire una valutazione delle risorse che tengano conto della intergenarazionalità e della parità di genere, per valutare quanto effettivamente viene destinato alle donne e ai giovani.

Un altro tassello importantissimo sono gli investimenti nel welfare di prossimità: investimento nelle strutture sociali, ossia elevare al 60% la possibilità nazionale di accesso agli asili nido pubblici e privati convenzionati, per i bambini da 0 a 3 anni, assicurando una dotazione minima a livello territoriale (il 33% in ogni regione). Anche in questo ambito siamo al di sotto della media europea, obiettivi che dovevano essere raggiunti entro il 2010, ma l’Italia non c’è mai riuscita. Non si tratta di una politica per le donne, ma del diritto sacrosanto dei bambini di poter usufruire di queste strutture.

E poi, ovviamente, c’è bisogno di rivisitare tutto ciò che è legato al tema della cura e della famiglia, l’assistenza agli anziani non autosufficienti. Come prima cosa, sarebbe opportuno dotarsi di una legge sulla non autosufficienza, ma anche di un sistema di cura che punti alla regolarità e alla qualità del lavoro. Sappiamo che questo lavoro è spesso svolto da donne immigrate, a volte anche in nero. Per necessità, si piegano a mansioni o ad orari, per non parlare del compenso esiguo che ricevono, che nulla hanno a che vedere con quello che si può definire lavoro dignitoso.

Sul settore dei cosiddetti “white jobs” si deve investire, deve essere un’opportunità di buon lavoro e soprattutto regolare. Non deve essere all’insegna del “fai da te” lasciando sole le famiglie. Qui vengono in aiuto tutte le politiche di fiscalità amica. Se la situazione rimane come è ora, incentrato sul contratto privatistico, tutto sarà sulle spalle delle famiglie.

Nel mondo, in occasione della ricorrenza della Festa della donna, il prossimo 8 marzo, è partita una campagna che sta incentivando una valutazione in cinque punti per poter ricostruire il Paese dopo il Covid, dove il tema della leadership femminile deve trovare un posto di rilievo.

In tutto questo, è chiaro che le organizzazioni sindacali hanno un ruolo e strumenti per affrontare il tema delle disuguaglianze e delle tutele di coloro che sono discriminati, a partire ovviamente dal mondo del lavoro. Oggi più che mai non bisogna trascurare questo ruolo che è fondamentale: non dimentichiamo che al momento in Italia abbiamo il blocco dei licenziamenti che sta facendo sì che la situazione sia meno drammatica. Ma quando finirà questo blocco, potrebbe esplodere quella che è una potenziale bomba sociale.

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