Editoriale

Nessun futuro può essere garantito mentre a parlare sono le armi

Ogni guerra è una sconfitta. Non si risolve nulla con la guerra. Tutto si guadagna con la pace, con il dialogo“. In un videomessaggio diffuso mercoledì dalla Rete mondiale di Preghiera, Papa Francesco mette di nuovo in luce gli esiti catastrofici dei conflitti che provocano una montagna di morti da entrambe le parti. Il Pontefice lo fa citando esplicitamente quello che sta succedendo in Ucraina e Terra Santa.

Questo monito sembra richiamare quel concetto di terza guerra mondiale a pezzi su cui insiste tanto Francesco. Indicare la guerra come una sconfitta totale che non vede vincitori richiama, infatti, famoso radiomessaggio pronunciato da papa Pio XII alla vigilia della Seconda guerra mondiale: “Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra”.

Sempre ieri il Papa ha toccato con mano le ferite del conflitto israelo-palestinese ricevendo sia i rappresentanti di dodici famiglie di ostaggi israeliani rapiti da Hamas, sia dieci familiari di palestinesi di Gaza, cristiani e musulmani. Vite sconvolte dal vortice di odio. Una brutalità iniziata con un atto che il Papa ha chiamato con il suo nome, “terrorismo”, e che ora rischia di proseguire con un conflitto che rischia di allargarsi a tutta la regione.

Israele invaso, attaccato e insanguinato con un’azione che mirava ad uccidere e rapire civili ora è alle prese con l’operazione Spade di Ferro, che ha come obiettivo legittimo eliminazione definitiva di Hamas ma che ha già provocato la morte di oltre 5000 minori innocenti.

Dal 7 ottobre Israele e territori palestinesi non sono più gli stessi e nessuno può dire cosa sarà di quella che, per noi cristiani, è la Terra Santa. Gli effetti di una guerra sono imprevedibili e la spirale di odio e violenza può riverberarsi per anni, ce lo insegna l’Iraq dove un attacco condotto dagli Stati Uniti per “esportare la democrazia” e destituire il dittatore Saddam Hussain ha portato a 20 anni di instabilità, attentati e all’ascesa dell’estremismo islamico che ha visto il suo culmine con la creazione dello Stato Islamico (Isis) nel nord del Paese. Solo adesso l’Iraq inizia a vedere una luce in fondo al tunnel, ma il costo è stato altissimo ad iniziare dall’esodo verso l’Occidente di quasi tutta la comunità cristiana irachena passata dal 1,4 milioni di individui a meno di 300mila.

Il Libano è un’altra realtà che deve essere eretta a monito contro tutte le guerre. Il Paese dei cedri prima della guerra del 1982 era considerato la Svizzera del Medio Oriente e la convivenza tra cristiani, musulmani sciiti e musulmani sunniti era praticata ogni giorno dai libanesi. Il mosaico di culture e confessioni è stato incrinato dal quel conflitto e ancora oggi il Libano è un paese spaccato, impoverito e alla mercè delle influenze straniere. E poi ancora potremmo parlare della Siria, dove 12 anni di guerra civile, fomentata da potenze straniere che si contendono l’influenza sulla regione, hanno ridotto in macerie uno dei Paesi più sviluppati del Medio Oriente.

Insomma, la Chiesa ci ricorda che nessuna prosperità può sorgere da una guerra, nessun futuro può essere garantito mentre a parlare sono le armi. Per questo la legittima eliminazione della minaccia terroristica non deve proseguire con un conflitto su vasta scala che non darà certezze né agli israeliani né ai palestinesi.

Marco Guerra

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