Editoriale

Il lato più oscuro e drammatico del Mar Mediterraneo

Il Mediterraneo in queste ultime ore ci ha ricordato il suo aspetto più oscuro e drammatico, ovvero quello di un immenso cimitero d’acqua che inghiotte persone, vite e speranze. L’orrore arriva da un gommone alla deriva, con 25 naufraghi a bordo, salvati dalla Ocean Vicking, la nave di Sos Mediterranee. Si tratta di 25 sopravvissuti che hanno visto morire di sete e fame almeno 50 compagni di viaggio, che sono stati costretti a buttare in mare per evitare infezioni e malattie. Questi disgraziati hanno passato sette giorni mare senza che nessuna nave e velivolo di paesi europei abbia intercettato quella piccola imbarcazione, sette giorni senza acqua e cibo, con un fazzoletto di spazio in cui dormire ed espletare tutti i bisogni. Il recupero dei 25 superstiti è avvenuto questo giovedì, solo 24 ore dopo una nuova tragedia avviene nelle acque dell’Egeo, tra la Turchia e la Grecia, dove un barcone si è ribaltato, causando la morte di almeno 22 migranti, tra i quali 7 bambini. Passano quindi gli anni, i decenni per dire meglio, ma sulle due principali rotte migratorie del Mediterraneo continua l’inesorabile strage di disperati.

Per capire il fenomeno e poterlo governare bisogna riconoscere le criticità e le ipocrisie che sono ancora in gioco. Non c’è un accordo europeo per una missione navale permanente di ricerca e salvataggio dei migranti; gli accordi per fermare e perseguire i trafficanti di uomini non sono mai stati realmente implementati e dalle coste della Tunisia e dalle Libia le organizzazioni criminali continuano a gestire un business floridissimo; i governi dei Paesi del sud del Mediterraneo continuano ad usare i flussi dei migranti come leve di pressione sull’Europa; la Turchia rilascia ad intermittenza i migranti che blocca sul suo territorio ricevendo i soldi dall’Ue. A tutto questo possiamo aggiungere che la redistribuzione degli arrivi in Europa resta un principio applicato sulla base della volontarietà dei diversi Stati piuttosto che sui reali obblighi sanciti dai recenti accordi. Insomma chi può e vuole accoglie gli altri restano con le porte chiuse.

Da queste pagine abbiamo parlato più volte del modello vincente dei corridoi umanitari dai paesi di partenza, che consento un viaggio in sicurezza tramite appositi aerei. Si tratta di un canale legale, che prevede una selezione in base ai reali bisogni, ma che non riesce a soddisfare i tanti che non rientrano nello status di rifugiato. La sfida è enorme e non è possibile affrontarla senza pensare di stabilizzare l’Africa e il Medio Oriente, due regioni tanto ricche di risorse quanto scosse da crisi, guerre e instabilità. Terra Santa, Siria, Libia, Yemen, Somalia, Eritrea, Burkina Fasu, Mali, Nigeria, Niger, Sudan, la lista di Paesi in guerra o con conflitti interni si allunga di anno in anno. Terrorismo e bande armate imperversano e minano le basi di governi fragilissimi. L’Europa si divide sulla solidarietà e le politiche umanitarie ma è doveroso trovare almeno una linea comune sulla politica estera, perché la partita di un mondo più giusto e con meno diseguglienze si gioca proorio in quelle regioni della terra che trasudano sangue e sofferenza.

Marco Guerra

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