Le divisioni depotenziano l’azione umanitaria dell’Europa

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Siamo calpesti e derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, una speme. Di fonderci insieme già l’ora suonò”. Le parole dell’Inno di Mameli si adattano perfettamente alla cronica assenza di unità nella politica estera Ue. Ogni azione umanitaria e diplomatica dell’Europa risulta costantemente depotenziata dalla frammentazione dei paesi membri. Ripetutamente separati dalle questioni sovranazionali. E così, sullo scacchiere internazionale, il vecchio continente non riesce ad esprimersi con unica voce, condannandosi all’irrilevanza. In Libia, in Medio Oriente, in Libano, nel Tigray, nel Sahel e negli altri fronti di crisi in quella che papa Francesco ha definito la “terza guerra mondiale a pezzi”, l’Europa purtroppo non c’è.

Nelle sue comunicazioni al Parlamento il premier Mario Draghi si è appellato a Bruxelles per sollecitare la condivisione delle politiche migratorie. E ha richiamato la necessità di predisporre corridoi umanitari in grado di garantire un accesso sicuro e legale tra le due sponde del Mediterraneo. La storia ci insegna che solo governando i flussi si possono evitare le tragedie che hanno trasformato il “mare nostrum” nel più grande cimitero d’Europa. In tempi di emergenza sanitaria e di crisi economica, sottrarre ai mercanti di carne umana il turpe business dei viaggi della speranza comporta anche il beneficio di poter monitorare sanitariamente la situazione degli sbarchi.

E invece assistiamo al triste spettacolo dei paesi europei che, invece di fare fronte comune, cercano di trarre egoistico vantaggio dalla ridefinizione degli equilibri geopolitici in Libia. Ai danni degli altri partner Ue considerati alla stregua di avversari nella “realtpolitik”. E concorrenti sotto il profilo dei contratti commerciali e del monitoraggio degli assetti di potere inestricabilmente intrecciati alle rotte migratorie. “Nemica della pace non è solo la guerra, ma anche l’indifferenza”, ricorda il Pontefice. Dal punto di vista individuale e collettivo, vincere l’indifferenza e conquistare la pace comportano una vera e propria lotta, un combattimento spirituale che ha luogo nel cuore umano.

La pace, che Dio Padre desidera seminare nel mondo, deve essere coltivata dagli uomini. Non solo, la pace deve essere anche conquistata. E invece l’indifferenza fa pensare solo a sé stessi e crea barriere, sospetti, paure e chiusure. Tra le persone come tra le nazioni. E invece aprire il cuore, risvegliando l’attenzione al prossimo, è l’unica via per svolgere un’attività autenticamente umanitaria. Purtroppo, però, le miopie comunitarie ostacola la diffusione di una cultura di solidarietà e misericordia. I più deboli pagano la cultura del consumismo edonistico. E una “volontà di potenza” che impiomba le ali dei partner Ue impedendo a “nonna Europa” di volare al di sopra dei meschini ed effimeri tornaconti nazionali.

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