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La tigre e il dragone: Russia e Cina, la strana partnership

Risolvere la guerra in Ucraina. O meglio (anzi, forse) il problema della guerra in Ucraina. Perché nell’ottica di uno sviluppo sostenibile, un conflitto armato è quanto di più deleterio possa esserci, senza considerare, chiaramente, gli aspetti prettamente morali e umanitari. Perché è vero, chiaro e lampante che una guerra porta con sé instabilità, sofferenze e durissimi scotti in termini di vite perdute. Ma è anche vero che, nell’ottica di uno scenario geopolitico internazionale, un dialogo pacifico andrebbe a portare frutti decisamente più consistenti rispetto a una situazione di conflitto, buona solo per incrementare il mercato delle armi.

In quest’ottica, va letta la posizione di alcuni attori internazionali che, chi più chi meno, guardano ai contesti di crisi con la doppia lente della prudenza e della gestione geostrategica. Se, da un lato, c’è chi preme per una risoluzione dei conflitti in atto (Gaza e Ucraina quelli più vicini agli interessi delle potenze), dall’altro c’è anche chi assume posizioni ambigue, nonostante le dichiarazioni mostranti (chiaramente) buoni propositi e addirittura possibilità di ruoli di rilievo in termini di mediazione.

La Cina, partner e variabile

In questo senso, la Cina e la sua politica di raffronto/confronto con l’Occidente ha una connotazione piuttosto emblematica. E se, per quel che riguarda la Striscia di Gaza, la questione appare meno evidente, lo è decisamente di più sul fronte ucraino. O, per meglio dire, russo. La visita in Cina del presidente russo Vladimir Putin, ad esempio, potrebbe porsi anch’essa come una variabile ambivalente. Nel senso che, a uno sguardo generale, potrebbe assumere un aspetto rilevante oppure no. Il leader del Cremlino ha fatto sapere di apprezzare quello che chiama il “desiderio genuino” della Cina di contribuire alla risoluzione della crisi in Ucraina, ribadendo di attribuire all’omologo cinese, Xi Jinping, un ruolo di amicizia.

È già significativo che Putin abbia scelto proprio la Cina come prima meta internazionale dopo la sua rielezione. Probabilmente, un modo per sottolineare la prossimità politica tra Pechino e Mosca ma, nondimeno, una mossa per chiarire, sullo scacchiere internazionale, quale voce la Russia intenda ascoltare se l’intento fosse davvero quello di essere disponibili a una mediazione. D’altro canto, la visita cinese di Putin potrebbe pendere molto di più dal lato della bilancia prettamente economico, ossia dialogo per l’ottenimento di sostegno finanziario e, forse, anche bellico.

Economia e geopolitica

La seconda eventualità, per la verità, la Cina l’ha più volte scartata. Anzi, a febbraio 2023 aveva pubblicato un documento in 12 punti, volto a mettere letteralmente in fila le possibili soluzioni per la pacificazione sul fianco orientale dell’Europa. Una posizione quantomeno ambivalente, considerando la partnership “senza alcun limite” che entrambi i Paesi hanno dichiarato di avere già da prima dello scoppio della guerra. Relazione che, del resto, ha tenuto a galla Mosca nel momento in cui i tasselli del partenariato economico occidentale hanno iniziato a cadere, uno dopo l’altro, in risposta alla violenta azione nel cuore dell’Ucraina. Un sostegno che, di rimando, ha allontanato nuovamente Pechino dal terreno neutro di dialogo economico con l’Occidente, Stati Uniti in primis, già poco convinti del dodecalogo cinese e, men che meno, delle logiche di mercato utilizzate sul fronte della libera concorrenza.

Il MiC25

Un tema, quest’ultimo, forse più impellente degli altri, almeno per quel che riguarda le relazioni transcontinentali tra Washington e Pechino. Molto, se non tutto, del piano cinese sulle relazioni economiche internazionali, viene fuori dal dossier Made in China 2025 (datato 2015), focalizzato alla riduzione della dipendenza del Paese da attori esteri. Un piano di sviluppo che, fondamentalmente, ha puntato sullo sviluppo di un’autosufficienza economica nel giro di pochi anni, attuando in primis una politica di riduzione dei rischi.

Il MiC25 rappresenta una pietra d’angolo nell’impegno di Xi Jinping per ridurre il rischio – ha spiegato Francesca Ghiretti, former analyst Merics e autrice dell’analisi ‘De-risking is not new to China, so why the surprise at the EU’s new policy?’ -, ma da allora è emerso molto altro. Nel 2016, la Cina ha pubblicato la sua Strategia nazionale di sviluppo orientata all’innovazione. Questa strategia comprende la necessità di strappare ad altri il controllo delle tecnologie fondamentali e la necessità di creare vantaggi per la Cina in questo campo fortemente contestato”. In sostanza, un piano che avrebbe colto di sorpresa l’Europa sul fronte della riduzione dei rischi ma che, in realtà, Pechino starebbe portando avanti almeno da un decennio, a cominciare dall’istituzione del fondo China Integrated Circuit Industry Investment Fund.

L’ostacolo bellico

In altre parole, la Cina ha fissato l’obiettivo di “garantire la propria autosufficienza, compreso un piano per aumentare la quota di mercato interno dei fornitori cinesi”. Questo perché, rispetto all’Europa, “la Cina segue la logica opposta: ridurre i rischi dove è possibile e fare affidamento sulla globalizzazione dove è necessario“. In sostanza, appare chiaro che la vera partita si stia giocando su un campo decisamente più ampio di quello bellico relegato entro i confini ucraini. E che il ruolo della Cina vada ben oltre quello della mera amicizia con la Russia o del mediatore d’eccezione. Fermo restando che, con la guerra in corso, gli ostacoli siano troppi per una pianificazione a lungo termine delle proprie strategie economiche e per definire meglio partner e avversari.

Damiano Mattana

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