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Prof. Musacchio: “La grande sfida educativa che impone la lotta alla mafia”

Il 23 maggio 1992, nei pressi di Capaci, un attentato di stampo terroristico-mafioso compiuto da Cosa Nostra, causò la morte del magistrato antimafia Giovanni Falcone. Nell’esplosione, avvenuta sul’autostrada A29 alle 17.57, persero la vita anche la moglie di Falcone, Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.  In questo giorno, si celebra la Giornata della Legalità per ricordare tutte le vittime della mafia.

L’intervista

Interris.it ha intervistato il professore Vincenzo Musacchio, criminologo, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). È ricercatore indipendente e membro dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. Nella sua carriera è stato allievo di Giuliano Vassalli, amico e collaboratore di Antonino Caponnetto, magistrato italiano conosciuto per aver guidato il Pool antimafia con Falcone e Borsellino nella seconda metà degli anni Ottanta. È tra i più accreditati studiosi delle nuove mafie transnazionali. Esperto di strategie di lotta al crimine organizzato. Autore di numerosi saggi e di una monografia pubblicata in cinquantaquattro Stati scritta con Franco Roberti dal titolo “La lotta alle nuove mafie combattuta a livello transnazionale”. È considerato il maggior esperto europeo di mafia albanese e i suoi lavori di approfondimento in materia sono stati utilizzati anche da commissioni legislative in ambito europeo.

Professore, trentadue anni fa l’Italia era sconvolta dalla strage di Capaci. Che cosa ha significato la morte del giudice Giovanni Falcone?

“Ha significato la sconfitta dello Stato che proprio come diceva Falcone non è riuscito a proteggere i suoi uomini migliori. Ancora oggi non sappiamo chi sono i veri mandanti di quella strage, così come di quella di Via D’Amelio. ‘In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere’ Falcone era un magistrato integerrimo e all’epoca scrisse ‘non è riuscito’, oggi credo avrebbe detto ‘non ha voluto’ proteggere. Sì perché Giovanni Falcone è stato abbandonato al suo inesorabile destino. Tutti si accorgono quanto valeva solo dopo la sua morte. In vita l’hanno denigrato, ostacolato e talora persino odiato”.

Dopo Capaci e via d’Amelio cosa successe nella lotta alla mafia?

“La lotta alla mafia si è fermata. Dopo un’iniziale reazione popolare, le coscienze si sono assopite e sembra sia iniziato un lungo letargo. Molti cittadini non collaborano più con la giustizia. Una parte del potere politico ed economico finanziario si è alleato con le mafie che da allora sono cambiate e sono diventate molto più pericolose di quelle dei tempi di Falcone”.

In questo giorno si celebra anche la giornata della legalità. Qual è l’importanza della legalità?

“È fondamentale per comprendere i valori basilari del vivere in una società civile. Il senso delle regole, dell’etica, della morale intesa nella sua accezione positiva e più ampia non può essere imposto ma deve essere un modus vivendi che si apprende in famiglia e a scuola. Il rafforzamento delle basi culturali serve per acquisire quella coscienza in grado di consentirci scelte consapevoli”.

Qual è l’importanza del perseguimento della legalità nel contrasto al fenomeno mafioso?

“È decisiva. Il rispetto delle regole, il fare il proprio dovere, sono antidoti efficacissimi contro il veleno mortale delle mafie. La legalità ci consente di stare dalla parte giusta. La lotta alle mafie impone una grande sfida educativa: trasformare concretamente i territori oggi in mano alle mafie in territori liberi dal giogo mafioso oggi non più imposto con la violenza ma col denaro e con la corruzione. Il mio maestro Antonino Caponnetto incitava spesso i giovani: ‘Ragazzi godetevi la vita, innamoratevi, siate felici, ma diventate partigiani di questa nuova resistenza, la resistenza dei valori, la resistenza egli ideali. Non abbiate paura di pensare, di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli. State attenti, siate vigili, siate sentinelle di voi stessi, l’avvenire è nelle vostre mani, ricordatelo sempre!’. Pur sapendo che io la pensassi esattamente come lui mi ripeteva che la scuola fosse l’avamposto della legalità e il fondamento della democrazia. Per lui la formazione del futuro cittadino era il fondamento culturale dello Stato di diritto”.

Vuole aggiungere una sua conclusione?

“Termino dicendo che la morte di Giovanni Falcone fu un omicidio di Stato. Spero fortemente che si non ritorni indietro fino ai tempi in cui la mafia spadroneggiava ovunque. Ognuno di noi nel proprio ruolo deve dare un valore alla morte di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo, degli uomini della scorta, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. Sono morti per noi, abbiamo un grosso debito verso di loro. Questo debito credo dobbiamo pagarlo continuando il loro infaticabile lavoro. Facendo il nostro dovere come chiedeva Falcone. Rispettando le leggi anche quelle che ci impongono sacrifici. Rifiutando di trarre dalle mafie gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro. Collaborando con la giustizia. Accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità. Dimostrando a noi stessi e al mondo che Giovanni Falcone non sia morto invano”.

Manuela Petrini

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