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L’opera della Croce Rossa Italiana a Lampedusa. L’intervista a Francesca Basile

Dallo scorso giugno la Croce Rossa Italiana ha preso in carico l’hotspot di Lampedusa e da subito ha dovuto affrontare il continuo flusso di migranti, in arrivo sopratutto dalle coste tunisine. Il momento più critico è stato quando, qualche giorno fa, gli sbarchi sono stati quasi tre mila, ma nonostante ciò la macchina organizzativa ha funzionato e nel giro di 48 ore sono stati avviati i trasferimenti in terraferma e i numeri sono rientrati. 

Probabilmente forse anche a causa di quanto accaduto, martedì 4 luglio il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e la Commissaria Europea agli Affari interni Ylva Johansson si sono recati nell’isola siciliana per vedere con i loro occhi la situazione.

L’intervista

Interris.it ha intervistato Francesca Basile, responsabile dell’unità operativa migrazioni della CRI che ci ha spiegato come funziona l’hotspot di Lampedusa e quali sono gli interventi che, non appena avviene uno sbarco, la Croce Rossa mette in atto.

Francesca, come è la situazione attuale?

“Dopo la serie di sbarchi degli ultimi giorni che avevano portato un numero molto considerevole di immigrati nello stesso momento, la situazione sta tornando alla normalità e ad oggi le presenze sono circa 500. Nonostante ciò, sappiamo che quello che è accaduto può verificarsi nuovamente e per questo stiamo sempre in allerta, pronti a mettere in campo tutte le misure possibili del protocollo d’emergenza. Siamo certi che tenendo sempre alta l’attenzione riusciremo a garantire a tutti un’accoglienza dignitosa”. 

Il sistema trasferimenti funziona?

“Direi proprio di sì, visto che durante il picco di arrivi tutti i trasferimenti sono avvenuti nei tempi previsti. Tramite molti vettori, le persone sono state trasferite in 24/48 in Italia e questo per noi significa riuscire a dare un ricambio al centro e poter lavorare in condizioni di normalità”.

Cosa accade quanto queste persone arrivano?

“Abbiamo cercato di strutturare un’accoglienza che fin dai primi momenti garantisca il ripristino della dignità delle persone. Innanzitutto, viene garantita un’assistenza sanitaria per assicurarci che non abbiano bisogno di cure di secondo livello. Poi, abbiamo potenziato un servizio di ristabilimento dei legami familiari e per farlo abbiamo ampliato le postazioni di ricarica per i telefoni cellulari e una rete wi-fi, tramite la quale è possibile inviare ai familiari il messaggio ‘Sono salvo e sto bene’. Qualora invece abbiano già dei familiari in Italia viene avviata una ricerca per un eventuale ricongiungimento”. 

L’hotspot è stato riqualificato, è all’altezza della situazione?

“Sì perché le migliorie che sono state apportate sono state fatte per rendere più accogliente ed efficiente questo centro. Una delle priorità era quella di garantire delle condizioni igienico-sanitarie adeguate e per questo sono stati sistemati i bagni e ne sono stati aggiunti altri. Inoltre, era fondamentale creare delle zone di ombra perché a Lampedusa durante il giorno il sole scotta molto e per cui abbiamo messo dei gazebo dove gli ospiti del centro possono ripararsi dai raggi solari”. 

Cosa pensi che provano queste persone quando voi li accogliete?

“L’intensità del loro sguardo fa trapelare la consapevolezza che nel nostro centro troveranno protezione e che nonostante l’ostacolo del linguaggio qualcuno li aiuterà. Per noi il loro lasciarsi andare è allo stesso tempo fonte di orgoglio e di responsabilità nei confronti loro e verso l’associazione per cui operiamo. L’obiettivo è quello di non perdere mai di vista la nostra missione che è quella di ridare dignità a tutte quelle persone che, dopo un viaggio lungo e pericoloso, arrivano in Italia in cerca di una vita migliore”.

Elena Padovan

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