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Il doverismo: origini del fenomeno e conseguenze

Il “doverismo” rappresenta l’estremizzazione del senso del dovere: una condizione tipica dell’attuale e frenetica società occidentale, in cui l’individuo si sente schiacciato dagli impegni, che ritiene tutti necessari e improrogabili, sino a essere tarpato e condizionato nelle scelte di vita.

Nel vortice contemporaneo, infatti, capace di stringere entro un rigoroso ordine, di costrizione e non di adesione, alcuni (i doveristi) vivono, soffrendo, questa situazione altamente stressante. È opportuno, riconsiderare spazi e tempi, lasciando momenti liberi per sé e per gli altri. Il doverismo, infatti, nonostante le apparenze, non fa rima con altruismo. Rischia, invece, di scadere nel moralismo, in una latente posizione di supremazia e di giudizio dell’operato altrui, nella presunzione di essere giudice di se stesso e degli altri, in grado di stabilire ciò che è corretto e ciò che è errato.

Il doverismo è riscontrabile in tutte le circostanze: nei delicati rapporti sentimentali, in quelli familiari, sociali e lavorativi. È noto come molte relazioni d’amore siano interrotte per uno squilibrio di ruoli e altre si reggano solo per la gestione “amministrativa” e funzionale degli stessi.

Si tratta di meccanismi relazionali in cui è auspicabile un sano scambio di ruoli, in cui l’individuo si possa anche realizzare, valorizzare al di là del reale peso degli obblighi. L’equilibrio si fonda sul bilanciamento tra responsabilità e irresponsabilità, in un giusto approccio con eventi e persone, in cui ci sia il necessario coinvolgimento. Rimuginare all’infinito su lavori svolti e quelli ancora da completare, al limite della puntigliosità, rischia di penalizzare la serenità, la fantasia, il corretto rapporto con sé e gli altri. L’equilibrio tra dovere e piacere è sempre mutevole nel corso dell’esistenza ma è indubbio quanto sia stato costruito sin dall’infanzia, nel delicato rapporto tra genitori e figli, tra la rigidità dell’insegnamento e la duttilità dell’amore e del gioco.

Il comportamento sociale e relazionale è più puro e genuino quando è frutto di una scelta e di una volontà non forzata da costrizioni. Agire in funzione del prossimo per pura convinzione e piacere interiore è diverso dal porlo in essere perché ci si sente in dovere.

Così Papa Francesco all’Udienza Generale del 27 giugno 2018La vita cristiana è anzitutto la risposta grata a un Padre generoso. I cristiani che seguono solo dei ‘doveri’ denunciano di non avere un’esperienza personale di quel Dio che è ‘nostro’. Io devo fare questo, questo, questo… Solo doveri. Ma ti manca qualcosa! Qual è il fondamento di questo dovere? Il fondamento di questo dovere è l’amore di Dio Padre, che prima dà, poi comanda. Porre la legge prima della relazione non aiuta il cammino di fede. Come può un giovane desiderare di essere cristiano, se partiamo da obblighi, impegni, coerenze e non dalla liberazione? Ma essere cristiano è un cammino di liberazione! I comandamenti ti liberano dal tuo egoismo e ti liberano perché c’è l’amore di Dio che ti porta avanti. La formazione cristiana non è basata sulla forza di volontà, ma sull’accoglienza della salvezza, sul lasciarsi amare”. La religione, se confinata a moralismo, etica e doverismo, non permetterebbe di cogliere il sacrificio e l’insegnamento salvifico di Gesù né il gioioso abbandono nella fede.

Ivan Carozzi, giornalista e scrittore, è l’autore del volume “Fine lavoro mai” (sottotitolo “Sulla (in)sostenibilità del lavoro nell’epoca digitale”), edito nel giugno 2022, in cui “Dietro all’illusione di un lavoro ‘smart’, digitale, che fai dove vuoi, spesso si cela lo sfruttamento di persone che lavorano incessantemente e non possono evitare di sentirsi in colpa se non stanno lavorando, al punto che il lavoro diventa una prigione soffocante. Questo arriva a contaminare ogni aspetto della vita, rendendoci infelici, in uno stato di solitudine e frustrazione”.

Iusletter, sito di informazione e aggiornamento giuridico, al link https://iusletter.com/oggi-sulla-stampa/cresce-la-disaffezione-al-lavoro/ lo scorso 14 novembre ha offerto un’interessante statistica sull’attaccamento degli italiani al lavoro. Si legge “L’Italia si colloca all’ultimo posto in Europa, con una percentuale di coinvolgimento del 4%, rispetto all’attaccamento al posto di lavoro e al sacrificio, a fronte di una percentuale media, a livello globale, del 21%. Negli Stati Uniti almeno la metà dei lavoratori è composta da ‘quiet quitters’, ossia da lavoratori che si impegnano il minimo indispensabile, mentre l’Europa è ultima tra i continenti per coinvolgimento sul lavoro, con una percentuale del 14%. A delineare tale scenario è l’indagine State of the global workplace 2022 curato dalla società di analisi e consulenza Gallup e richiamata nel white paper ‘Quiet quitting: perché la cultura del sacrificio sul lavoro non fa più breccia’ di Twenix, piattaforma per migliorare l’inglese che ha elaborato un approfondimento interamente dedicato al tema. La locuzione quiet quitting, ossia le dimissioni silenziose che caratterizzano l’atteggiamento di coloro che lavorano attenendosi alle mansioni previste dal proprio contratto, rifiutando tutto ciò che esula da queste, assume un ruolo sempre più importante negli scenari lavorativi, in cui si rileva un diffuso senso di frustrazione correlato al lavoro. […] Scenari che inducono a ripensare la cultura del sacrificio sul lavoro e a ricercare un migliore equilibrio tra vita privata e impiego. […] ‘Il paradigma lavorativo tradizionale è stato totalmente ribaltato’, commenta Beatriz López Arredondo, head of people in Twenix, ‘fino a poco tempo fa, nel mondo del lavoro si valorizzava il concetto dello sforzo, ma soprattutto del sovraccarico: era così ben visto che, nonostante non fosse ricompensato a livello economico e con possibilità di crescita interne all’azienda, veniva totalmente accettato. Oggi tutto questo è cambiato, si dà valore ai risultati, all’impegno, alla proattività e a tanti altri aspetti che hanno a che vedere con il vero impatto che hanno le persone all’interno delle organizzazioni’. Come sottolineato nel focus, ad essere meno disposti a scendere a compromessi sul lavoro sono, in particolare, i Millennials e la Generazione Z, giovani costretti a confrontarsi con un mercato del lavoro che dà loro scarse prospettive di stabilità e opportunità di crescita e inclini, perciò, a cercare la realizzazione personale anche in altri aspetti dell’esistenza”.

Il mondo del lavoro, soprattutto a fine Ottocento e primo Novecento, ha sempre favorito lo sfruttamento intensivo; ha imbrigliato il lavoratore entro schemi rigidi, da catena di montaggio, annullando le individualità, asservite al ferreo ciclo produttivo.

Negli ultimi anni, nella società dei servizi e della conoscenza, ci si è accorti di aver alienato abbastanza i lavoratori e che è il caso di tornare indietro: coinvolgerli in sinergia, senza strafare. Ora, paradossalmente, sono le aziende stesse (almeno quelle più “illuminate”) a proporre corsi per saper bilanciare e discernere l’impegno dal doverismo.

In alcune persone, quindi, il senso di responsabilità è condotto a forme esagerate, oltre il peso reale degli impegni. Tale pressione può condurre ad atteggiamenti esasperati e a inutili stati d’ansia nonché colpevolizzazioni inesistenti al limite del condizionamento. Un atteggiamento del genere, infatti, riformula tutte le attività mentali e fisiche in un’ottica ristretta e patologica che non permette di cogliere i tempi giusti della vita quotidiana. Il comportamento può oscillare da una forma di autocelebrazione, di perseguimento del successo personale “costi quel che costi” ad aspetti opposti, di denigrazione personale per non aver centrato degli obiettivi. Occorre saper accettare se stessi e costruire una personalità in grado di crescere in accordo con l’ambiente, nella fitta rete di relazioni sociali.

Il rischio è di cadere nell’irresponsabilità di essere troppo responsabili. La prospettiva è quella di un insuccesso, di un’insoddisfazione continua e incolmabile, nonostante gli sforzi profusi. Si è convinti di mirare e raggiungere la “presenza” ma, nei fatti, ci si avvia a una sottile “assenza”. Il rigorismo, infatti, consegna l’impressione di condurre una vita più intensa e vissuta ma, in realtà, si tratta di sopravvivenza in ritagli di tempo. Implica una chiusura nelle uniche vie, a senso unico, prefissate e considerate come infallibili, senza variazioni sul tema e possibilità di ricalcolo. Tornare sulle proprie decisioni è sintomo di intelligenza poiché permette di ricalibrare dei punti di vista e migliorare la percezione del mondo; permette un esame di coscienza più libero, permeabile e, seppur umano, maggiormente aderente alla realtà. A volte può essere utile considerare l’eventualità negativa: cosa succede, effettivamente se non si porta a compimento un’azione? Finisce il mondo o, a volte, si può anche rimandare?

La società dei tanti impegni, del comandamento del non voler rinunciare, del voler riempire necessariamente tutti gli spazi possibili fra le varie attività quotidiane, spinge, in modo inevitabile, a una lista del “dover fare” in cui non si è soddisfatti. Un ripensamento dei giusti tempi passa attraverso una riduzione degli impegni e un’accettazione della finitezza dell’essere umano nonché della giornata stessa. Tutto ciò non significa un ridimensionamento e una penalizzazione dell’individuo bensì una sua migliore gestione e collocazione nello spazio e nel tempo, in accordo con sé e il prossimo.

Marco Managò

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