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Una prigione chiamata Kabul. Donne afghane senza diritti

Donne senza diritti in Afghanistan. I talebani utilizzeranno le forze di sicurezza per impedire alle donne di visitare uno dei parchi nazionali più famosi dell’Afghanistan, secondo le informazioni condivise da un portavoce del ministero del Vizio e della Virtù. Il ministero sostiene che le donne non osservano il modo corretto di indossare l’hijab, il velo islamico, quando si recano a Band-e-Amir, nella provincia centrale di Band-e-Amir è una delle principali attrazioni turistiche di Bamiyan. È diventato il primo parco nazionale del paese nel 2009 e attira migliaia di visitatori ogni anno. Lo scorso novembre, il governo guidato dai talebani ha vietato alle donne di utilizzare gli spazi pubblici, compresi i parchi, affermando che non indossavano correttamente l’hijab o non seguivano le regole di segregazione di genere. Da quando hanno preso il controllo del paese il 15 agosto 2021, dopo il ritiro delle forze degli Stati Uniti e della Nato, hanno imposto diverse restrizioni nei confronti delle ragazze e delle donne afghane. Tra cui il divieto di andare a scuola oltre la prima media e di lavorare presso strutture locali e organizzazioni non governative.

Allarme Afghanistan

Intanto si moltiplicano gli episodi di libertà negate e fuga dalla povertà. Frammenti di disperazione e oscurantismo.  I talebani hanno rilasciato il fotoreporter iraniano Mohammad Hossein Velayati, arrestato all’aeroporto di Kabul il 19 agosto, e lo hanno consegnato all’ambasciata iraniana. Il vice portavoce dei talebani Bilal Karimi ha confermato il rilascio di Velayati, considerato vicino alle Guardie della Rivoluzione, che era stato arrestato mentre stava per salire su un aereo per tornare a casa, senza alcuna spiegazione. Era entrato legalmente a Kabul per un soggiorno di dieci giorni. Povertà e sopraffazione. Quasi cinquemila chilometri nascosto tra pneumatici, alimenti, tappeti, nel retro di un camion, dall’Afghanistan all’Italia- Per raggiungere suo padre in Germania. Solo, senza cibo e acqua, sapendo parlare solo la sua lingua, una volta arrivato in provincia di Monza, stremato, ha chiesto aiuto ai carabinieri, mostrando un consunto braccialetto rosso con su scritto “help”.

“Help”

È la storia di Sayed (nome di fantasia), 14 anni, salvato mentre vagava di notte, solo per le strade di Seveso, in provincia di Monza, da una pattuglia di carabinieri. I militari lo hanno notato camminare a testa bassa, in lontananza, magrissimo e stremato. Quando lui ha visto le sirene blu accese ha iniziato a sbracciarsi, attirando la loro attenzione. Ai carabinieri che lo hanno raggiunto e hanno provato a parlargli, non ha risposto. Ha fatto capire che non conosceva né italiano, né inglese e ha mostrato il braccialetto con la scritta “help” cioè aiuto. E un aiuto è quello che gli hanno fornito i militari. Senza documenti, visibilmente denutrito e senza forze, è stato portato in caserma. I carabinieri gli hanno dato da bere e da mangiare, e hanno atteso la mattina insieme a lui, per poter chiedere l’aiuto di un’interprete capace di tradurre dal farsi.

In fuga dall’inferno

Quando è arrivata, il ragazzino nella sua lingua ha raccontato di aver viaggiato da solo dal suo Paese al nostro. Passando per le rotte balcaniche dei migranti del Mediterraneo. Con l’obiettivo di arrivare in Germania e mettersi alla ricerca di suo padre, partito prima di lui. Ha spiegato di aver viaggiato per intere settimane con poca acqua e praticamente senza cibo, intrufolandosi tra i carichi dei tir. Senza precisare come e chi gli abbia indicato come fare. L’unico documento che aveva nella tasca di un paio di jeans logori indossati con una t-shirt azzurra e nessun bagaglio al seguito, era un biglietto del treno Trieste-Monza, che ha usato dopo aver lasciato l’ultimo tir. Da qualche giorno però, si sentiva allo stremo delle forze, e ha capito di aver bisogno di aiuto. Non sapendo dove andare, spaventato e preoccupato di essere in qualche modo in pericolo, quando ha visto i carabinieri ha deciso di provare a richiamare la loro attenzione, sapendo di avere al polso un messaggio di richiesta di aiuto universale, che qualcuno gli ha messo. Ricostruita la sua storia, segnalato il caso all’autorità minorile, Sayed è stato accompagnato in una struttura della provincia di Como. Resterà lì fin quando le autorità non saranno riuscite a rintracciare suo padre, sperando che possano presto riabbracciarsi.

Scuola

Somaya Faruqi è una ragazza afghana di 21 anni che ha dovuto lasciare il suo Paese per poter inseguire il suo sogno. Diventare ingegnera. Per riuscirci ha dovuto emigrare negli Stati Uniti, perché da due anni, con il ritorno al potere dei talebani, alle donne non è più permesso andare a scuola. Il blocco riguarda più di un milione di ragazze, secondo le Nazioni Unite che hanno lanciato un campagna a favore del diritto allo studio, utilizzando il volto e la storia di Somaya. La campagna “L’istruzione non può attendere” è partita, in coincidenza con il ritorno al potere dei talebani, non riconosciuti dalla comunità internazionale. La campagna ha lanciato l’hashtag #AfghanGirlsVoices, vuole dare voce alle giovani afghane e allo stesso tempo rilanciare il diritto a livello mondiale all’accesso all’istruzione. L’Onu ha messo in rete immagini e storie di ragazze, che chiedono “parità di diritti con i fratelli”, la possibilità di studiare, ma che promettono anche di “non arrendersi”. “Il coraggio di queste ragazze – commenta Faruqi – mi dà la forza di usare la mia voce per amplificare la loro voce nel mondo“.

Studi negati

“La situazione – continua – sta costando molto in termine di salute mentale. Il tasso di suicidi è schizzato verso l’alto negli ultimi due anni. Spero che il prossimo anno si possa celebrare la libertà. Invece di segnare un altro anno di sofferenza”. Faruqi fa parte parte con altri nove connazionali di un team specializzato in robotica chiamato “The Afghan Dreamers”, le sognatrici afghane, ma tecnicamente il nome è Afghan Girls Robotic Team. Lei è la “capitana”: la squadra, fondata nel 2017, era inizialmente formata da ragazze tra i 12 e i 18 anni. Hanno tentato di lasciare l’Afghanistan, ci sono riuscite, prima andando in Qatar, poi raggiungendo gli Stati Uniti, dove stanno sviluppando studi di robotica. Dopo aver terminato gli studi secondari in Qatar, Faruqi è approdata alla facoltà di ingegneria meccanica dell’Università di Sacramento, in California. Grazie a una borsa di studi del Qatari Development Fund. “Questa campagna – spiega – mira ad attirare l’attenzione del mondo sulle ragazze afghane e sui temi dell’istruzione scolastica, qualcosa che l’Afghanistan sembra aver dimenticato”.

Campagna social

Dal divieto di accesso scolastico a quello della vita pubblica, il regime talebano ha ostacolato il riconoscimento da parte della comunità internazionale. E ha finito per danneggiare la possibile rinascita di Kabul, la capitale. Nel settembre 2021, un mese dopo il ritorno dei talebani al potere, è stato vietato l’accesso alle ragazze all’istruzione secondaria; un anno dopo, a dicembre, è scattato quello all’università. Le ragazze non possono frequentare spazi pubblici. Non solo scuole, ma arene sportive, parchi e giardini. “Abbiamo – confessa Faruqi – solo il diritto di restare a casa”, a meno che non vengano accompagnate dai genitori, dai fratelli o mariti. La campagna di sensibilizzazione andrà avanti sui social fino a settembre. Le Nazioni Unite sperano di diffondere una presa di coscienza nell’opinione pubblica mondiale, e che poi trovi voce concreta in occasione dell’Assemblea generale in programma al Palazzo di Vetro, a New York, dal 18 settembre.
Giacomo Galeazzi

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