Emergency: i medici volontari bloccati dalla burocrazia

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“Ci sono trenta gradi nelle tende, con una umidità altissima nonostante l’aria condizionata. Dentro la tuta il sudore scende copioso, il caldo è soffocante. Somministrare farmaci, inserire cannule venose per la reidratazione e un catetere vescicale, collegare un monitor per valutare la pressione e la frequenza cardiaca, visitare il paziente diventano allora manovre lente e molto faticose. In quelle condizioni, è difficile resistere lì dentro per più di un’ora”. Gino Strada racconta i giorni che trascorrono in Sierra Leone, nell’ospedale di Emergency a Lakka, il nuovo centro aperto lo scorso 18 settembre per la cura dei malati di Ebola, a pochi chilometri dalla capitale Freetown.

Ma l’associazione di Strada è presente nel Paese già da 13 anni, quando nel 2001 ha avviato a Goderich, un villaggio alla periferia di Freetown, un Centro chirurgico destinato alle vittime di guerra successivamente ampliato alla cura dei pazienti ortopedici e di tutte le emergenze chirurgiche. Nel 2002, accanto all’ospedale è stato costruito un Centro pediatrico presso cui vengono curati circa 1.300 bambini ogni mese. Intanto il ministro della Sanità della Sierra Leone, dottor Fofana, e Luca Rolla, coordinatore del Centro chirurgico e pediatrico di Emergency a Goderich, stanno valutando il terreno su cui verrà costruito un nuovo centro per la cura dei malati. Il governo sierraleonese metterà a disposizione il terreno e il Dipartimento per lo sviluppo internazionale del governo inglese, contribuirà a finanziare le attività, e l’associazione gestirà il centro con i suoi medici e i suoi infermieri.

Gino Strada sul Corriere racconta le difficoltà burocratiche che bloccano gli arrivi degli aiuti: “Abbiamo già reclutato una ventina di persone per venire ad aiutarci, da un mese sono in attesa di partire, ci vuole solo un sì delle loro aziende ospedaliere. Un sì che non arriva, nonostante impegni e promesse, e nonostante le nostre continue sollecitazioni. Burocrazia e non solo. Rimpiango i nostri vecchi ospedali, quando medici e infermieri facevano quello che dovevano fare, esercitare la medicina, attenti ai bisogni degli ammalati e non allo stato di salute del bilancio aziendale”. Mentre la figlia Cecilia, attuale presidente di Emergency, dalle pagine di Repubblica afferma come in Italia l’allarmismo stia oscurando il dramma: “E’ in atto una speculazione ignobile sull’ebola. L’ordinanza del sindaco di Padova, Massimo Bitonci che pretende i certificati medici per dimorare a Padova e altri atti simili sono di una miopia allarmante”. Per l’Italia e l’Europa, secondo Strada, non c’è nulla da temere. Ci sono le professionalità e le strutture adeguate per affrontare casi di contagio, ma l’allarmismo cresce, così come si alimentano le strumentalizzazioni politiche. La presidente dell’organizzazione umanitaria denuncia l’egoismo di alcuni ospedali italiani che non stanno concedendo l’aspettativa a medici disponibili a partire per aiutare i malati di Ebola in Africa: “Per loro è soltanto un piccolo sforzo, ma sarebbe di grande aiuto. Sono 15 i dottori che ci hanno detto di voler venire nelle nostre strutture. Ma tutto è fermo”. Intanto è partita la nuova campagna di tesseramento per il 2015 per sostenere concretamente le attività umanitarie dell’associazione e per ribadire l’importanza di un diritto fondamentale: quello a ricevere cure, gratuite e di qualità, quando se ne ha bisogno.

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