SCHIAVE DELL’ISIS VENDUTE SU FACEBOOK A 8MILA EURO Gli analisti parlano di una vera e propria “teologia dello stupro” e la schiavitù sessuale è un vero e proprio istituto giuridico nello Stato Islamico

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schiave dell'isis vendute su facebook

L’abbrutimento di civiltà che veste i falsi panni dell’estremismo religioso non disdegna l’uso dei Social Network e delle nuove tecnologie. L’Isis vende schiave su Facebook, postando foto e prezzo delle donne, 8mila dollari l’una. A scoprirlo è stato il quotidiano statunitense “The Washington Post”.

“Per chi vuole acquistare una schiava, costa 8.000 dollari”, si legge in un post pubblicato il 20 maggio scorso sul profilo dell’account di nome Almani, riconducibile a un cittadino di origini tedesche che combatte tra le fila dell’Isis in Siria. L’annuncio è accompagnato dalla foto della ragazza offerta in vendita. In un altro post, lo stesso Almani, offre da acquistare come schiava un’altra ragazza, sempre al prezzo di 8mila dollari. Le foto sono state poi rimosse.

Il “venditore di schiave” Almani, su Facebook, invita gli amici a “sposarsi” e trasferirsi nei territori occupato dal Califfato, tra Iraq e Siria, per combattere. A chi chiede dettagli sulle due schiave offerte, Almani risponde che il loro prezzo è determinato sulla base dell’offerta e della domanda.

Questa, della vendita delle schiave dell’Isis su Internet, purtroppo non è una novità. E i Social sono spesso una vetrina per i trafficanti di donne. La maggior parte hanno meno di 24 anni e moltissime sono minorenni. La schiavitù sessuale, in particolare delle donne yazide, di lingua curda, da parte dei miliziani dell’Isis è una pratica non soltanto legittima, per lo Stato Islamico, ma perfino teorizzata e promossa, nell’ambito di quella che qualche analista ha chiamato la “teologia dello stupro”, e pianificata nel programma di conquista.

In un articolo pubblicato nell’ottobre 2014 su “Dabiq”, la rivista online in lingua inglese dell’Isis, si spiegava come il traffico di esseri umani sarebbe permesso nel Corano e si affermava che non vi è alcuna possibilità di salvarsi per uno yazida, a differenza di quanto avviene per un cristiano o un ebreo, per cui è amesso il “riscatto” attraverso il pagamento di un tributo.

Il 3 agosto 2014, il Califfato aveva annunciato di avere istituito ufficialmente l’istituto della schiavitù sessuale, predisponendo perfino bozze di contratto di vendita autenticati presso i tribunali islamici dell’Isis. Il “dipartimento della ricerca e della fatwa” del Daesh ha addirittura diffuso un manuale per la gestione della schiavitù sessuale, nel quale è consentito anche lo stupro delle bambine. La schiava può essere liberata per volontà del proprietario attraverso un “certificato di emancipazione”. Il termine che la contraddistingue è “Sabaya”, seguito dal suo nome personale.

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