LA SICCITA’ CHE SECCA L’ANIMA

1981
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siccità

C’è un altro modo di guardare al conflitto in Siria, tornato prepotentemente sulle pagine di tutti i giornali del mondo dopo l’attacco Daesh che ha ucciso oltre cento persone. Alcuni scienziati americani dell’Università di Santa Barbara in California sostengono infatti che lo scontro sia stato esacerbato dai tre anni di siccità peggiori mai registrati nella regione, dal 2006 al 2009. Il fenomeno segue una diminuzione delle precipitazioni medie costante registrato dal 1931, e dal conseguente essiccamento del suolo. La siccità avrebbe quindi colpito l’agricoltura spesso arretrata e fortemente dipendente dalla pioggia di diverse regioni della Mezzaluna Fertile, in particolare la Siria, aumentando i flussi migratori dalle campagne alle città, che in quegli anni coinvolsero fino a un milione e mezzo di persone. Il tutto aumentando le tensioni già esistenti, soprattutto a causa di una risposta non adeguata alla conseguente carestia da parte del governo siriano.

Nel 2015 e nel 2016 la siccità e la carestia hanno minacciato e minacciano poi fortemente l’Africa Subsahariana. L’analisi è di Lorenzo Colantoni per Radio Bullets: “Due sono i casi più preoccupanti – afferma -. Il primo riguarda l’Africa meridionale e quella orientale: il 22 dicembre il Lesotho dichiarava lo stato di emergenza a causa della siccità, il 5 febbraio lo Zimbabwe, il 18 lo Swaziland, il 15 marzo tutta la Southern Africa Development Community (dal Congo fino al Sud Africa), il 12 aprile il Malawi. Anche il Sud Africa, considerato spesso il granaio africano e con l’agricoltura più avanzata della regione, ha subito fortemente le conseguenze della siccità, e così il Mozambico. Il tutto è stato dovuto ad una delle manifestazioni più forti di sempre di El Niño, un fenomeno climatico di per sé ricorrente”.

E’ però proprio il cambiamento climatico ad aumentare l’intensità e la ricorrenza degli eventi climatici, e così la pericolosità. Quello che preoccupa è che il manifestarsi di un fenomeno che il cambiamento climatico potrebbe far ripetere in questa misura ogni anno e forse da prima di quanto ci si aspetti, abbia già messo in crisi sistemi agricoli più deboli (Malawi) e più forti (Sud Africa): fino a febbraio il 40% delle regioni dello Zimbabwe erano a livello critico dal punto di vista delle scorte di cibo, fino a maggio o addirittura settembre potrebbero esserlo oltre i due terzi del paese.

L’ultimo caso è quello dell’Etiopia, ma qui la situazione si fa ancora più complicata. Una combinazione di elementi, tra cui sempre El Niño, potrebbe causare la peggiore siccità da cinquant’anni a questa parte nelle regioni del Tigray e dell’Afar, ancora più grave di quella dietro alla carestia del 1983–1985, che causò oltre 400.000 morti. 14 milioni sono ora a rischio, ma in una delle economie africane in crescita maggiore (10,3% di crescita del PIL nel 2014) è difficile capire il motivo. Molti sostengono che questa sia la dimostrazione di quello che sosteneva il premio Nobel Amartya Sen nel suo “Lo sviluppo è libertà: le carestie accadono nei regimi autoritari e non nelle democrazie”, perché questi devono rispondere meno del popolo che comandano.

Cosa c’entra quindi il cambiamento climatico? C’entra nella misura in cui estremizza le debolezze di questi sistemi. Se nel XX secolo sono state registrate almeno quattro carestie in Etiopia, il clima del XXI potrebbe raddoppiare o triplicare questi numeri. In Paesi dalla forte crescita, ma dalle forti ineguaglianze, come l’Etiopia o il Mozambico, l’impatto potrebbe essere devastante. Uno schiaffo a chi relega come catastrofista ogni allarme sulle condizioni dei Paesi del Terzo Mondo. Certo l’Occidente non ha gli strumenti per modificare il clima (anche se potremmo discutere a lungo sul cosiddetto effetto serra) né tutto è ascrivibile alle sue politiche, ma avrebbe potuto aiutare a creare le condizioni per una diversa gestione delle risorse e conseguente crescita sociale, almeno in Africa. Così non è stato, e adesso la situazione è davvero complicata.

Se non uccide la guerra, infatti, lo fa l’esasperazione, anche dall’altra parte del mondo: Marathwada, provincia dello stato indiano centro-occidentale del Maharashtra, dall’inizio dell’anno ha registrato quasi 400 suicidi di agricoltori. Dopo quattro anni di siccità, i raccolti sono miseri e i contadini alla disperazione, senza risorse e strozzati dai debiti. Molti finiscono per uccidersi (come riporta il quotidiano indiano “The Indian Express”). Nei primi 4 mesi del 2015, 278 contadini si erano tolti la vita. Nello stesso periodo di quest’anno, il bilancio è salito a 370. Al 7 maggio si era già arrivati a 392. L’oro blu, tra poche decine di anni, potrebbe essere il bene più prezioso per il quale combattere; in qualunque parte del globo.

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