Il Mediterraneo al tempo del nuovo Califfato

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Da qualche anno, il contesto internazionale della sicurezza si dimostra carico di precarietà, paure e ambiguità, e anche di imprevedibilità. I deficit della sicurezza nello spazio trans-Mediterraneo sono abbastanza noti: l’ambiente frammentato, il muro Nord-Sud delle linee di frattura politica, economica e demografica, che intrecciandosi danno luogo ad una elevata pressione migratoria. Sono, queste, le costanti, alle quali si aggiungono le dinamiche scatenate da fattori principali e derivati: flussi migratori, il terrorismo come metodo di perseguimento di obiettivi strategici, la paralisi globale della Governance, il circolo vizioso delle divisioni confessionali. Insieme ad esse, c’è l’incremento nella diffusione delle armi, sia per alimentare i conflitti dove sono in gioco interessi di parte, sia per l’aumento della spesa per la sicurezza.

L’ultimo decennio, in particolare, si è rivelato strategicamente intenso e il navigare nel mare agitato delle acque internazionali colpite dalle tempeste della crisi sistemica delle relazioni estere è tutt’alto che semplice. Dobbiamo sforzarci di comprendere le dinamiche e i sussulti del mondo arabo alla luce di quello che un mio maestro, l’Ammiraglio Jacques Lanxade, definiva la “montée de l’Islam” (“la montata dell’Islam”). Servono maggiore attenzione, nervi saldi e lungimiranza. Scriveva Antonio Gramsci nei Quaderni, per descrivere la situazione italiana che portò al fascismo, che “la crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Mutatis mutandis, vale anche oggi. E, contestualizzando lo scenario, Hillary Clinton deve ammettere la paternità degli Stati Uniti d’America dei mostri che ci stanno tormentando da oltre quindici anni, Al Quaeda e l’auto-proclamato Stato Islamico.

Oggi come ieri, il Mediterraneo è la cerniera di tre Continenti e, quindi, è lo snodo di realtà diverse e separate ma non separabili, con le loro contraddizioni e tensioni, che la storia non ha risolto. I fanatici estremisti agiscono secondo schemi operativi brutali ma efficaci. La miscela di ideologia e terrorismo va ben oltre il nazionalismo arabo risentito contro Israele. E i vuoti di potere esercitano un’attrazione fatale nei militanti del fanatismo politico a fini religiosi, che padroneggiano sia le attività militari che quelle criminali, secondo il modello della “criminalizzazione degli spazi”. I profitti del traffico di droga e altri commerci illeciti vengono reinvestiti per ampliare il raggio d’azione, aumentare la capacità operativa e corrompere funzionari e politici. Così si erodono ancor più le aree residuali di sovranità e si accelera la lacerazione del tessuto sociale.

L’aumento impressionante del numero dei militanti di Daesh e la sua diffusione dà forma ad una minaccia multiforme ed elusiva, la quale, per ampiezza e pericolosità, rappresenta la sfida strategica per la comunità internazionale. La sua efficace legione straniera di pendolari e la diffusione dei gruppi affiliati che hanno giurato fedeltà nelle provincie, come l’Afghanistan, la Nigeria, l’Egitto, la Libia, ha realizzato una sorta di moltiplicazione dei fronti della sicurezza e di delocalizzazione dei conflitti. La nuova aggregazione del Califfato ridisegna i margini del Levante, rafforzando la nozione di spazio allargato, esteso all’hinterland non incluso nell’acronimo Mena (Middle East North Africa), nato nel mondo finanziario occidentale per raggruppare le economie del Mediterraneo.

In due Stati-chiave, la Libia e la Siria, la situazione è incandescente. La Libia, unificata nell’era coloniale italiana, raccorda Maghreb e Mashreq; la Siria rappresenta il terreno di scontro tra due storici rivali regionali: è porta verso il Medio Oriente dell’Impero Ottomano ed è ponte verso il Mediterraneo dell’Impero Persiano. In Libia, una crisi politica si è intrecciata con i problemi del terrorismo e di sicurezza interna e con il fenomeno migratorio. Dopo estenuanti negoziazioni tra i rappresentanti dei due Parlamenti rivali, di Tripoli e di Tobruk, e con una serie di colpi di scena, si è arrivati all’approvazione del tanto atteso governo di unità nazionale, sponsorizzato dalle Nazioni Unite. Nel frattempo, sfruttando il vuoto creato dai due governi in conflitto, Daesh ha aumentato la sua impronta sul terreno, consolidandosi nel Fezzan, a Sabatra, Sirte e Cireniaca. In Siria, il conflitto è già debordato in Libano ravvivando attriti latenti, con il risultato di produrre alcune battute d’arresto nell’espansione di Daesh.

Dal 2014, una coalizione di 62 Paesi cerca di combattere il sedicente Stato Islamico; di questi, 20 svolgono attività operativa (alcuni, come il nostro, con ruoli no-combat), gli altri si limitano al sostegno logistico e umanitario. Non si contano le maratone diplomatiche per gestire le differenze al fine di massimizzare gli sforzi contro il Califfato. Ma, gli ultimi attacchi di Parigi hanno dimostrato che la presenza del Califfato anche in Europa è ben organizzata, diretta e letale. Quanto al modus operandi degli Occidentali, l’attuale situazione ha portato a un ripensamento sule strategie per ridimensionare e sconfiggere la minaccia. Si è affermata la concezione che la responsabilità delle guerre interne ricade sulle rispettive regioni in cui esplodono. La paura, infatti, di rimanere imbrigliati in impegni bellici senza fine appare come un ostacolo insormontabile, sia per i vertici militari e politici che per le società, provate dagli sforzi di lunga durata. Per quanto riguarda l’Italia, si tratta di un intervento “limitato”, nel quadro di una strategia di logoramento, che comprende altri tipi di azione non militare 8come tenere traccia dei flussi finanziari) e al fine di sviluppare capacità in loco, come addestrare le truppe, le forze di polizia, i controllori di volo, e così via.

Gli ultimi eventi hanno messo in luce l’esigenza di bilanciare, nel gioco delle relazioni privilegiate, l’interesse generale alla stabilità e nazionale alla sicurezza con la coscienza sociale dei diritti. Di fatto, di fronte a una minaccia senza precedenti, ci sono dissensi e disaccordi tra i Partners sulle priorità, i metodi di seguire, gli obiettivi politici. Manca l’unità di vedute. Inoltre, alcuni Stati membri della coalizione a guida statunitense hanno portato avanti la guerra da soli, trasgredendo un principio canonico per la condotta della guerra: l’unità degli sforzi. Si è creata così una situazione critica, al punto che i potenziali danni superano di gran lunga gli interessi individuali da difendere. La lotta al Califfato non si può limitare alle milizie armate, ma occorre perseguire altre assi di intervento, quali i canali di finanziamento, la cultura, l’azione in società sconvolte dalla guerra. Nella battaglia sull’ecologia sociale dei cuori e delle menti, le capacità soft assumono un ruolo decisivo e i termini temporali si spostano nel lungo periodo; ciò implica il coinvolgimento di attori non statuali, della società civile, della ricerca e dell’Università.

Mario Rino Me
Già Presidente del Comitato Direttivo dell’iniziativa 5+5 Difesa e Capo di Gabinetto del Comitato Militare della NATO, Vice Capo Reparto “Politica Militare e Pianificazione” dello Stato Maggiore Difesa, Responsabile Affari Multilaterali e Pianificazione Strategica

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