LE ROTTE DELLA VIA CRUCIS

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migranti crocifissi

Sotto i piedi di milioni di disperati si consuma ogni giorno una rinnovata Via Crucis, la via del dolore. Come Cristo si avviava alla crocifissione sul Golgota per poi risorgere, così i migranti percorrono deserti e mari, attraversano montagne tra indicibili sofferenze, per poter sperare di rinascere a nuova vita, lontano dagli orrori della guerra, della fame, dell’integralismo assassino. Per ritrovare la dignità di esseri umani si incamminano portando ognuno la propria croce, sulle spalle una sofferenza tangibile, concreta, devastante.

Secondo i dati raccolti dall’agenzia europea per le frontiere, Frontex, la costa greca e quella italiana rimangono i territori d’ingresso più importanti, ma recentemente si è aggiunta anche una rotta che passa dai Balcani. Molti siriani, che sono il primo gruppo di richiedenti asilo in Europa, transitano dalla Turchia e dalla Bulgaria. C’è poi anche la rotta del Mediterraneo occidentale che arriva in Spagna. E le “cadute”, in questa terribile via crucis moderna, sono rappresentate dalle centinaia di morti, tra cui tanti (troppi) bambini e donne.

Nella fascia del Sahel e dell’Africa sub-sahariana che presenta così tante situazioni di conflitto e di disagio socio-economico di trova la prima scintilla dell’emigrazione. L’ostacolo maggiore da superare per chi proviene da sud è ovviamente il Sahara, sia per le condizioni climatiche estreme sia per la difficoltà di mantenere vie di comunicazione di facile percorrenza.

Le principali rotte dall’Africa occidentale attraversano (o partono da) Mali, Burkina Faso e Niger per arrivare in Algeria o soprattutto in Libia, da dove poi (in particolare dalla zona di Tripoli) partono per l’Italia e l’Europa. L’attuale situazione geopolitica fa sì che la maggior parte di questi flussi tenda a dirigersi principalmente verso la caotica Libia, da dove è più facile il transito finale verso l’Europa.

Una parte considerevole dei flussi migratori attraversa il mar Rosso o lo Stretto di Aden per riversarsi nella Penisola Araba, e in particolare in Yemen, dove l’UNHCR segnala nel suo rapporto 2015 la presenza di circa 246.000 profughi, 95% dei quali somali. Questi rifugiati, però, spesso non hanno poi via d’uscita. Lo Yemen in particolare risulta una bottiglia chiusa, in cui si può arrivare ma non uscire se non dallo stesso percorso d’ingresso, dato che l’Arabia Saudita negli ultimi anni ha provveduto a costruire una barriera per impedire la migrazione più a nord.

La rotta balcanica rappresenta così una via alternativa alla Libia in subbuglio, dove troppi migranti subiscono mesi di torture e incarcerazioni prima di potersi mettere in mare. Questa nuova rotta ha fatto saltare definitivamente Dublino, cioè il trattato sulla libera circolazione di uomini. Il 2016 ha salutato il primo mese di gennaio con l’arrivo di oltre 46.000 persone e circa 280 morti. Nonostante le proibitive condizioni meteorologiche, con temperature che da giorni stazionano molti gradi al di sotto dello zero, migliaia di migranti, rifugiati e richiedenti asilo continuano a percorrere la rotta balcanica nel tentativo di raggiungere l’Europa centrosettentrionale. Il freddo intenso e il vento gelido rendono il cammino difficile soprattutto al confine tra Macedonia e Serbia, in un’area coperta di neve e di ghiaccio.

A spingere migliaia di persone a rischiare il viaggio, nonostante le temperature polari dell’inverno balcanico, è il timore che le frontiere, oggi ancora transitabili, possano presto divenire invalicabili, dopo i forti segnali, da parte dei principali paesi di destinazione, come Svezia, Germania e Austria, di restrizioni sulle procedure di ingresso.

Sempre più il viaggio verso l’Europa si sta quindi trasformando, per i tanti in fuga per salvezza, in una vera e propria via crucis: ogni paese, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia ha le sue “stazioni”, fermate obbligatorie dove il dolore e le fatiche vengono alleviate da una vasta rete di aiuti.

Il 2015 – spiega bene un rapporto della Caritas – si è chiuso con l’apertura del Giubileo straordinario della Misericordia. Il 2016 continua nella sua luce rappresentando un tempo santo di riconciliazione per un mondo stanco segnato da guerre, povertà, e migrazioni di massa. Un tempo, come sottolineava papa Francesco in occasione della Giornata mondiale dei migranti, celebrata lo scorso 17 gennaio, per “dare speranza” ai tanti migranti e rifugiati troppo spesso piagati da esperienze di miseria, oppressione e paura.

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