La politica in maternità

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Quanti voti vale una candidata col pancione? E quanti una mamma in allattamento? A 70 anni esatti dal primo voto delle italiane, la nostra politica scopre le donne incinte e tanto per cambiare, le strumentalizza. Saltando a piedi pari la maternità di Nichi Vendola con annesso utero in affitto, la scena è oramai tutta per l’aspirante sindaca di Roma Giorgia Meloni. A regalargliela, del tutto involontariamente, è stato il suo competitor berlusconiano, Guido Bertolaso. L’ex felpa della Protezione Civile, uscito trionfatore dalle “gazebarie” (le pseudo primarie del centro destra dove si poteva votare solo per lui…) ha sparato una delle sue gazebate più grosse, che tuona più o meno così: Meloni sei incinta? E stattene a casa!

Con i riflettori sul pancione Giorgia ha fiutato i voti e si è lanciata sotto la lupa capitolina che allatta Romolo e Remo. Solo poche settimane prima aveva scelto di rinunciare proprio per la dolce attesa, annunciandola nella piazza del Family Day, che magari avrebbe preferito prima i fiori d’arancio. Giorgia ci ha provato a fare la mamma a tempo pieno, ma a sentire le uscite catastrofiche di quello che doveva essere anche il suo candidato non ce l’ha fatta più.

Riepilogo delle ultime gazebate bertolasiane: voterebbe volentieri per il candidato PD Giachetti perchè “gli voglio bene”; “non ho mai votato Forza Italia, ma sempre centrosinistra”; mano tesa ai Rom “popolo vessato”, alla faccia di FI, di Salvini e dei post fascisti; “Roma è terremotata ma io la ricostruirò” e dulcis in fundo: o fai la mamma o fai la sindaca, soprattutto per l’allattamento. E su questo è d’accordo pure Silvio, nonostante abbia già sfruttato politicamente le pance ministeriali della Prestigiacomo e della Gelmini. Quella della Lorenzin, passata con Alfano, gli è sfuggita di poco. Ovviamente nessuno si sogna di invitare Corrado Passera, candidato sindaco di Milano, a restare a casa a fare il papà della neonata Eugenia.

Da quel referendum del 1946 in cui gli italiani e le italiane scelsero insieme di abbandonare la monarchia per vivere nella Repubblica, l’immagine della donna nella politica italiana non ha fatto molta strada. Specie nell’era della televisione, che le vuole tutte belle, giovani e prevalentemente inesperte. Anche perché la cosa più importante che gli si richiede è di sorridere e di obbedire alla linea che detta quello che ce le ha messe.
La prima fu Irene Pivetti, la più giovane Presidente della Camera (a 31 anni), sistemata lì da Umberto Bossi, come l’imperatore Caligola fece senatore il suo cavallo. 1994, tempi di “Roma ladrona”. Oggi i ladri Bossi se li è trovati in casa.

Era solo l’inizio del ventennio berlusconiano, con le belle ragazze provenienti dal mondo dello spettacolo, se non direttamente dalle aziende del capo. Oggetti: belli da vedere e in qualche caso da portare alle cene eleganti. Mentre le mogli stanno a casa a fare le mamme. Un’aria, quella delle bellezze in politica, che oramai tira anche nel centro sinistra, dove una Nilde Iotti non avrebbe più chance e tantomeno una Merkel, che sarebbe anche meno fotogenica, per non abbassarsi agli aggettivi del tombeur de femmes di Arcore.

Certo, la campagna elettorale col pancione è una nuova frontiera. Ma più che un passo avanti rischia di essere un nuovo modo di sfruttare il corpo femminile. Almeno nel nostro che non è ancora un paese per donne. Soprattutto se non sono giovani, piacenti e non hanno il privilegio di stare in Parlamento.

 

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