SOCIAL JIHAD, LA RETE DEI TERRORISTI

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Bombe, missili e kalashnikov sono solo una parte della guerra che l’Isis ha lanciato nei confronti dell’occidente. La battaglia non è solo militare ma anche e soprattutto ideologica. Servono adepti da sacrificare sull’altare del jihad, giovani da reclutare per rimpolpare le schiere nere proprio mentre la furia dell’ovest si fa più minacciosa. Per farlo, accanto ai soldati, il Califfato si avvale di esperti di comunicazione, veri e propri spin doctor con una mission precisa: rendere virale il messaggio di morte lanciato da Al Baghdadi.

Sembra passato un secolo da quando Osama bin Laden compariva nei tg di al Jazeera inneggiando alla “Guerra Santa” contro gli Stati Uniti. Il mondo è cambiato, il modo di relazionarsi pure e il terrorismo ha dovuto aggiornarsi. L’alternativa era quella di perdere mordente, di non essere più in grado di penetrare nella testa dei giovani disperati del Medio Oriente o emarginati nei quartieri delle nostre metropoli. Così Facebook e Twitter sono diventati veicolo di propaganda, strumenti dove diffondere proclami d’odio e intolleranza e nei quali postare video e foto di decapitazioni e attentati. L’ultimo esempio è stato quello di Parigi. Mentre la capitale francese era sconvolta dagli attacchi di venerdì notte l’hashtag in lingua araba “Il Califfato colpisce la Francia”, poi disattivato dai moderatori, è entrato nei topic trend di Twitter. Stesso discorso per #Parisisburning, cooptato dai militanti del sedicente Stato Islamico per rilanciare in rete la rivendicazione della strage e nuove minacce all’Occidente.

Secondo il Socialpolitico.it, primo “social magazine” che indaga sull’attività 2.0 di politica, istituzioni, influencer e fenomeni sociali, la strategia dell’Isis su Twitterhaassunto contorni ben definiti: i militanti online si inseriscono sugli hashtag più virali per aumentare la cassa di risonanza della propaganda. Non è un caso che i cyber jihadisti si siano riversati anche su topic come #MuslimsAreNotTerrorists, #parisburns, #notinmyname dove tantissime persone contrarie al fondamentalismo stavano comunicando fra loro per prendere le distanze dagli attentati e manifestare solidarietà a vittime e familiari.

La strategia dei social media manager prestati alla “Guerra Santa” è evidente: cavalcare l’onda emozionale scatenata da singoli eventi per diffondere il seme della violenza. Un furto di hashtag in piena regola che non si limita a quelli creati per il 13 novembre francese ma riguarda anche i topic relativi a manifestazioni sportive (come i mondiali di calcio), di costume e società.

Una guerra nella guerra che può essere combattuta solo attraverso competenze specifiche. Per questo, qualche giorno fa, gli “hacktivist” di Anonymous (la rete di hacker e cracker da sempre schierata contro lobby economico politiche e gruppi criminali) ha annunciato l’operazione #OpParis e #OpIsis volta a oscurare account e siti ricollegabili alle milizie nere. Il primo bilancio, reso noto dagli stessi aderenti all’organizzazione parla di 5.500 profili Twitter violati e chiusi. Non solo, i pirati informatici hanno affermato di aver consegnato ai membri dell’Els (l’esercito di liberazione siriano) i dati di alcuni affiliati all’Isis. Il terrorismo si può fermare, basta sapere dove annientarlo…

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