Roma-Milano, arbitra Renzi

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E se fosse stato solo un grande abbaglio? Un enorme errore? Anzi, un’allucinazione generale determinata dal voler vedere quello che sognavamo, ma che sapevamo irrealizzabile? Ecco, sarebbe importante ammetterlo, in modo da evitare una coazione a ripetere. Perché se nelle parole del commissario Raffaele Cantone c’è il bello del guardare la politica stando in quinta, anzi, da un palco privilegiato, (Roma affonda e Milano risorge, in estrema sintesi), il brutto sta nella morale di quel ragionamento: la stagione dei sindaci è finita e il partito delle fasce tricolori ha prodotto più guasti che risultati concreti.

In assoluto l’ex magistrato non ha torto, in assoluto. Ma se si prende la porzione centrale di quel ragionamento e lo si lo mette sotto la lente del microscopio (“Milano si è riappropriata del ruolo di capitale morale del Paese, mentre Roma sta dimostrando di non avere quegli anticorpi di cui ha bisogno e che tutti auspichiamo possa avere in vista del Giubileo che aprirà i battenti il prossimo 8 dicembre”), è evidente che a fare da sfondo è il braccio di ferro fra il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e il sindaco di Roma, Ignazio Marino.

Un braccio di ferro, va detto, fine a se stesso, dannoso sia per la Capitale che per il Paese, oltre che per la politica. Il primo cittadino vuole passare alla storia come il cavaliere senza macchia e senza paura e pretende dal “sovrano” il dovuto, secondo lui, riconoscimento. L’inquilino di Palazzo Chigi, dal canto suo, di attestati di merito non ne vuol sentir parlare e pretende che gli altri facciano il lavoro sporco, ovvero sfiduciare il sindaco in modo da farlo cadere. Così Renzi potrà dire che non è stato lui ma altri a determinare il defenestramento di Marino.

Ed è proprio “l’altrismo” il male che rischia di trascinare il Paese verso una deriva pericolosa, dove nessuno vorrà più assumersi le proprie responsabilità. Eppure il mestiere del sindaco dovrebbe basarsi proprio sul rispondere in prima persona delle cose fatte o no. E così vale anche per il presidente del Consiglio. Come aveva fatto presagire la stagione del partito dei sindaci. Ma proprio perché quello è stato movimento senza partito, una coalizione senza una vera formazione, la logica dell’assunzione di responsabilità ha finito per essere cannibalizzata dall’idea della frontiera: i sindaci come passaporto per entrare nel futuro.

Ma l’unico a superare la dogana è stato Renzi, che aveva già in sé tutti gli elementi per diventare ciò che è diventato e la fascia di sindaco è stata solo un mezzo. Marino, invece, ne ha fatto il fine dei suoi fini politici. Mischiando pubblico e privato, logico e irrazionale. Ecco, comunque vada a finire il braccio di ferro romano, lo scontro che vede il Campidoglio contro Palazzo Chigi, a perdere saranno comunque i cittadini che hanno visto cadere un altro baluardo della democrazia. Perché se anche un sindaco si preoccupa più del potere che degli amministrati, se segue con pervicacia e ostinazione la via dello scontro e non percorre quella del confronto, significa davvero che la stagione dei sindaci è stato il più grande abbaglio della politica italiana.

Dove gli italiani pensavano di costruire il futuro, inteso anche come sistema politico, e oggi si ritrovano a fare i conti con scontri e scontrini. Che sono i coriandoli di un carnevale triste dove nessuno ride. C’è solo una città che piange. E il Giubileo è già presente. Magari non facciamolo fallire. E non tanto per la politica, ma per la carità e la misericordia. Ecco, di quella a Roma c’è davvero bisogno.

 

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