Morto l'ultimo sopravvissuto al rastrellamento del '43

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:30

Addio a Lello Di Segni, ultimo sopravvissuto al rastrellamento del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943. Lo rende noto la Comunità ebraica di Roma, aggiungendo che il corteo funebre passerà alle 11.30 a Portico d'Ottavia.

Testimone

Nato il 4 novembre del 1926, arrestato insieme ai suoi cari, venne portato ad Auschwitz-Birkenau. Dal suo ritorno in Italia, dopo quella prigionia, aveva assunto un impegno a cui non aveva mai più derogato: raccontare, essere memoria di quello che aveva visto e vissuto in quell'orrore. Perché non si ripetesse e perché non si negasse quanto avvenuto.

Ricordo

La perdita di Di Segni “oltreché essere un dolore per la nostra Comunità, è purtroppo un segnale di attenzione e un monito verso le generazioni future – ha commentato Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma, dopo la morte di Lello Di Segni -. Con lui viene a mancare la memoria storica di chi ha subito la razzia del 16 ottobre tornando per raccontarcela. Da oggi dobbiamo trovare il coraggio per essere ancora più forti, per non dimenticare e non permettere a chi vuole cancellare la storia e a chi vorrebbe farcela rivivere di prendere il sopravvento. Alla sua famiglia l'abbraccio dell'intera Comunità”.  

Il racconto 

Di Segni raccontava così l'orrore vissuto. ''Il primo ricordo è lo spavento di quando aprii la porta. C'erano due tedeschi in divisa. Non parlavano italiano, ma a gesti si fecero capire molto bene. In casa ero con mia madre, mio padre, tre fratelli e mia nonna. Indietro siamo tornati solo io e mio padre. Ricordo che riuscii a prendere giusto qualche vestito''. Poi, due anni di concentramento da Auschwitz a Birkenau, Halle e Dachau. ''Mi sono salvato solo perché ho lavorato tanto. Facevo tutto quello che mi dicevano i tedeschi, anche se non volevo. Ma avevo troppa paura che mi massacrassero di botte. Era l'unico modo per andare avanti. Una mattina mi svegliai scalzo. Mi avevano rubato le scarpe. Andai a lavorare lo stesso con delle pezze intorcinate ai piedi ma non ce la facevo. Alla fine ho dovuto rubarle a un altro poveretto''. Finalmente, il 10 giugno del 1945, la liberazione. ''Quando arrivai a Roma, non sa la gioia di riabbracciare mio padre. In questi anni ho cercato di dimenticare, ma non ce l'ho fatta”. 

Se vuoi commentare l'articolo manda una mail a questo indirizzo: scriviainterris@gmail.com
Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.