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ALDO MORO E LE VITTIME DIMENTICATE DEL TERRORISMO

Trentasette anni. Una vita intera. Il 9 maggio 1978 veniva ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. Cinquantacinque giorni di angoscia e di comunicati deliranti delle Brigate Rosse si concludevano con l’uccisione del leader democristiano. Quattro colpi di mitraglietta tra il cuore e i polmoni : così Moro venne giustiziato dopo la farsa del “processo del popolo”, le lettere dalla prigione brigatista fatte recapitare alla famiglia e ai politici, i comunicati con le richieste delle Bierre, i depistaggi e le città in stato d’assedio. 9 maggio un giorno che ormai fa parte della storia d’Italia. Un giorno che si è voluto dedicare a tutte le vittime del terrorismo. Quel giorno, così lontano, è scolpito nella mia mente. Quel giorno lì in via Caetani. Con le mie macchine fotografiche. Appollaiato alla finestra del mezzanino di Palazzo Caetani, ho scattato quella foto che ormai è il documento storico di quell’evento. Il corpo di Aldo Moro adagiato nel cofano della Renault 4 rossa, una coperta come sudario, l’ho scattata io. Accanto a me, un amico e grande fotografo: Gianni Giansanti strappato agli affetti e alla fotografia troppo presto.

Uno, tanti scatti di quel viso emaciato, la barba lunga, il corpo composto come la deposizione in un quadro del Caravaggio. Un momento drammatico che ha segnato la vita della Repubblica e la mia. Professionale e umana. Un’immagine che ancora oggi vedo attraverso il mirino e l’obiettivo di una Nikon. Così inquadrata con il portellone della Renault 4 a fare da cornice e poi tutta la folla di poliziotti, magistrati, carabinieri che si accalcano per guardare da vicino. Quella foto è il simbolo di una doppia sconfitta. Dello Stato ma anche delle Brigate Rosse. Da quel giorno qualcosa è cambiato. I brigatisti hanno vissuto una parabola discendente, sempre segnata dal sangue. La gente ha capito che il terrorismo non era il prodromo di una rivoluzione ma solo violenza che uccideva padri di famiglia, figli “colpevoli” di servire lo Stato. La politica ha reagito con leggi speciali ma al suo interno nulla è cambiato e gli interessi personali di bandiera o dei singoli alla fine hanno avuto il sopravvento sulla paura e sulla necessità di una spinta moderna al Paese.

Nel giorno che ricorda il martirio di Aldo Moro si vogliono ricordare tutte le vittime del terrorismo, rosso e nero, che sono state uccise durante gli anni di Piombo. Sono tanti gli uomini assassinati in nome di un’ideologia, condannati per il lavoro che svolgevano. Quei morti sono lapidi che costellano le strade di questa povera Italia che dimentica presto. Tutti rendono omaggio ad Aldo Moro e agli uomini della sua scorta ma gli altri? Il giudice Minervini ammazzato mentre con l’autobus si recava in Tribunale, l’agente Arnesano ucciso mentre faceva la guardia davanti all’ambasciata libanese. E l’agente Lanari e i suoi colleghi freddati dalle Brigate Rosse per rapinare un furgone portavalori. Certo i colleghi li ricordano. Ogni anno una corona sul luogo dell’eccidio ma noi? Noi italiani sappiamo chi sono? I ragazzi delle scuole sanno chi sono questi uomini che hanno pagato con la vita perché vestivano una divisa o una toga? Gli adulti, i genitori si soffermano spiegando ai loro figli e nipoti il perché di quel pezzo di marmo con un nome inciso sopra? Noi li abbiamo dimenticati quando li abbiamo rimossi dalla nostra memoria. A loro è dedicato qualche giardinetto dove i cani fanno i loro bisogni, piccoli slarghi defilati dove non ci sono abitazioni. Ecco, il 9 maggio non è solo l’anniversario dell’omicidio di Aldo Moro deve essere anche il giorno della Memoria e dovremmo andare in pellegrinaggio ovunque una lapide ricordi quei sacrifici. Ricordiamo i caduti della Grande Guerra, del Risorgimento e abbiamo il pudore di nascondere le vittime del nostro tempo.

Maurizio Piccirilli

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