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Dal Vaticano II al Sinodo. L’eredità conciliare

Dal Concilio al Sinodo.  Il Consiglio permanente della Cei ha nominato il gesuita padre Giacomo Costa (direttore di Aggiornamenti Sociali fino a dicembre 2021) nel Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani. E nel Gruppo di coordinamento nazionale del Cammino sinodale. Padre Costa richiama l’insistenza di papa Francesco sulla collegialità, sulla sinodalità. Camminare insieme è una sua espressione ricorrente, che parli ai leader del G20 o ai movimenti popolari o ancora di più alla Chiesa nel suo insieme. Ed è quello che Francesco ha messo in pratica nei due Sinodi sulla famiglia, evidenziando che ci sono sempre punti di vista diversi e bisogna cercare spazi per ascoltare lo Spirito Santo e permettergli di operare in profondità. Spiega padre Costa: “Il Sinodo non è un parlamento, dove per raggiungere un consenso o un accordo comune si occorre al negoziato, al patteggiamento o ai compromessi. Ma l’unico metodo del Sinodo è quello di aprirsi allo Spirito Santo. Con coraggio apostolico, con umiltà evangelica. E con orazione fiduciosa”.

Dal Concilio al Sinodo

Sotto il profilo dei contenuti il riferimento principale è il Patto delle catacombe. Sottoscritto da quei padri conciliari che ritenevano indispensabile una maggiore enfasi sul tema della povertà. Molti tra i promotori di questo documento erano latinoamericani, inclusi alcuni argentini con cui certamente il gesuita Jorge Mario Bergoglio era in contatto. Questo Patto esprimeva anche l’impegno a esercitare in modo rinnovato il ruolo di pastore, compresi stile di vita e segni esteriori. Molte scelte di Francesco, ad esempio rispetto all’abitazione, all’abito o all’auto, risultano totalmente in linea con quell’anelito. “Non possiamo dimenticare tutta la ricchezza e la varietà delle elaborazioni teologiche e pastorali latino-americane in materia di opzione preferenziale per i poveri”, avverte padre Costa. Ma “anche su questo punto Francesco invita a compiere un passo in avanti”. Lo si vede molto bene nell’Evangelii Gaudium. Il Papa scrive “desidero una Chiesa povera per i poveri” (numero 198). E subito dopo aggiunge che “essi hanno molto da insegnarci. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro”. Una sottolineatura che appare come il frutto del percorso della Chiesa latinoamericana dopo il Concilio, ma anche dell’esperienza personale di Jorge Mario Bergoglio nelle periferie di Buenos Aires.

Misericordia

La misericordia, ribadisce padre Costa, è innanzi tutto l’attuazione del Vangelo. Per questo è inevitabilmente anche l’attuazione del Concilio e la manifestazione del Dna della Chiesa. Che “vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva” (Evangelii Gaudium 24). “Tra il Concilio e il Sinodo ecclesiale un consistente numero di ‘marinai’ ha permesso alla barca di Pietro di navigare, nonostante le tempeste. Il libro è nato anche per non dimenticarli”. Padre Vito Magno, sacerdote rogazionista e giornalista, è l’autore del volume “Conversione sinodale” (San Paolo) nel quale ha raccolto le interviste realizzate in mezzo secolo di attività giornalistica alle più grandi personalità del dopo Concilio. “Se si fatica ancora a mettere a frutto le indicazioni del Concilio, è perché il processo avviato ha bisogno di tempi lunghi. Il Sinodo ecclesiale potrebbe accorciarli”, dice al Sir padre Vito Magno. E aggiunge: “Molte cose si sono fatte in sessanta anni nel campo della liturgia, della carità, dell’ ecumenismo, delle comunicazioni sociali. Molte restano da fare in quello della Parola di Dio, dei ministeri ecclesiali e in particolare del coinvolgimento dei laici nella vita della Chiesa. Se si fatica ancora a mettere a frutto le indicazioni del Concilio, è perché il processo avviato ha bisogno di tempi lunghi. Il Sinodo ecclesiale potrebbe accorciarli”.

Pionieri

Secondo padre Magno “uscire” significa abbandonare un luogo chiuso per avventurarsi su nuove strade. Il post-concilio, che è stato ricco di pionieri in questo senso, non è stato un periodo vuoto. “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” dice un proverbio! Tra il Concilio e il Sinodo ecclesiale un consistente numero di “marinai” ha permesso alla barca di Pietro di navigare, nonostante le tempeste”. Il sacerdote raccoglie la testimonianza di chi ha creduto che l’attuazione del Concilio era un bene per la Chiesa. Di chi pur parlando lingue diverse, abitato in continenti diversi, affrontato situazioni diverse, si è fatto capire da tutti, perché il suo linguaggio è stato il più semplice da sempre, l’amore. Perché, come dice Papa Francesco, nella Chiesa nessuno è una comparsa, ogni battezzato è protagonista. Ogni cristiano è chiamato a fare la propria parte. Si era appena chiuso il Concilio quando a Madre Teresa di Calcutta chiesero da dove la Chiesa avrebbe dovuto cominciare ad attuarlo: “Amarsi gli uni gli altri come Dio ci ama – fu la risposta -. Fare tutto per Gesù. Dove c’è amore di Dio, c’è pace, c’è gioia, c’è unità”.

Giacomo Galeazzi

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