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“Health for all”: medici in missione. Ecco come in Africa l’informazione diventa terapia

In Africa l’obiettivo di Medicus Mundi Italia  è la “salute per tutti”. Ciò, spiegano gli operatori e i volontari della ong, significa “promuovere la copertura sanitaria universale“. Per favorire un accesso globale, equo e conveniente a servizi sanitari di qualità per tutte le persone. Medicus Mundi Italia lavora per migliorare i servizi socio-sanitari in Paesi a risorse limitate. Affinché l’accesso alla salute sia un diritto di ogni persona. Ad essere realizzati sono perciò progetti di salute di base comunitaria. Prevenzione ed educazione sanitaria. Salute materno-infantile. Lotta alla malnutrizione e alle principali malattie infettive (HIV, tubercolosi, malaria). “Un’attenzione prioritaria in ogni intervento viene data alla formazione degli operatori socio-sanitari“, sottolineano i medici volontari in Africa.

Salute in Africa

Da medico in prima linea il dottor Virginio Pietra (già responsabile della ong) racconta a In Terris l’azione assistenziale svolta in Burkina Faso da Medicus Mundi Italia. “Le difficoltà logistiche sono notevoli. E richiedono quindi un impegno più importante- spiega il dottor Pietra-. Bisogna infatti assicurare la presenza dei test sul territorio. E organizzare le visite dei pazienti riferiti all’ambulatorio dell’ospedale”. Con orari e cadenze che permettano l’accesso anche a persone che abitano distanti. E che si spostano in bicicletta. Buona parte dei pazienti maschi sono migranti”. Per non interrompere il trattamento antiretrovirale – che è quotidiano e a vita – Medicus Mundi Italia ha dovuto entrare in contatto con gli ospedali ivoriani. Per trasferire temporaneamente il follow up dei pazienti. Questo contatto è stato facilitato dall’esistenza della rete europea ESTHER (Ensemble pour une Solidaritè Thérapeutique inter-Hospitalière en Réseau). Che ha permesso di creare un partenariato tra i centri di cura dell’HIV/AIDS in Europa e in Africa. Al quale sia il Burkina-Faso, sia la Costa d’Avorio, sia l’Italia avevano aderito.

Sos migranti

“Tutto questo- sottolinea Virginio Pietra-. ha permesso di diminuire le difficoltà dei pazienti migranti. Ma non di annullarle. Gli abbandoni del trattamento ed i decessi restano infatti più frequenti tra chi migra rispetto a chi resta in patria“. L’intervento a Nanoro di Medicus Mundi Italia si è concluso nel 2014. Ma le attività di prevenzione e cura dell’HIV proseguono in routine. Farmaci e reagenti sono assicurati da grandi finanziamenti internazionali. “La partecipazione del budget statale burkinabé a queste spese è in progressiva crescita- puntualizza Pietra-. La si può considerare una delle ‘success story’ della cooperazione sanitaria. Ma su di essa purtroppo incombe la minaccia dell’insurrezione jihadista che ha colpito negli ultimi anni il Burkina. Ciò sta disorganizzando il sistema sanitario di molti distretti. Nanoro per il momento non è tra questi. Ma la linea del fronte si sta a poco a poco avvicinando”.

Aids in Africa

L’informazione sanitaria sull’Aids nelle zone lontane dai centri urbani è in costante aumento. “Una crescita di conoscenze e consapevolezza che ha rappresentato una sorpresa. In quanto in un ambiente meno informato e tradizionale ci si sarebbe potuti attendere il contrario- osserva Virginio Pietra-. Ma la minore informazione della popolazione rurale, il cui accesso alla televisione o internet è praticamente inesistente e anche la radio è molto meno ascoltata rispetto alla città, preserva anche dalla disinformazione. Spesso veicolata dai media. E anche da errori nei messaggi trasmessi dalle campagne ufficiali di sensibilizzazione“. Questo fattore può contribuire a spiegare perché “a Nanoro la diagnosi di HIV/AIDS porti con sé un minore stigma“. Va poi considerato che la “sopravvivenza nelle campagne è molto più precaria rispetto alla città”. E che la popolazione deve affrontare problemi enormi, in primo luogo la fame.

Concezione tradizione

“In questo contesto- osserva Virginio Pietra- la diagnosi di una patologia grave, che però può essere curata gratuitamente, non è il peggiore tra i tanti brutti scherzi che un contadino burkinabé può aspettarsi dalla vita. Tutto questo può anche spiegare le minori tensioni tra la moglie infettata dall’HIV ed il marito negativo al test. Rispetto ad una analoga situazione in zona urbana. In questo caso, inoltre, va considerato che nelle campagne i matrimoni sono ancora combinati dalle famiglie. E che quindi anche la rottura della relazione non dipende dalla coppia. E nella concezione tradizionale la malattia di uno degli sposi – a meno che non provochi la sterilità – non è motivo valido di separazione”.

Giacomo Galeazzi

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