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Nel cuore dell’Africa è battaglia per l’oro blu

Tensioni in Africa per il controllo dell’oro blu. La Guinea ha sospeso la sua partecipazione all’Autorità per lo sviluppo del bacino del fiume Senegal (OMVS). Citando i ritardi nel finanziamento di una diga idroelettrica prevista. E la sua sottorappresentazione nel processo decisionale. L’organismo sub-regionale comprende Senegal, Mali e Mauritania. Gestisce il fiume Senegal e il suo bacino di drenaggio e sta lavorando allo sviluppo di una proposta di centrale idroelettrica da 294 megawatt chiamata Koukoutamba, in Guinea. “Le massime autorità guineane si sono rese conto, con rammarico, che gli interessi e le preoccupazioni strategiche della Repubblica di Guinea non sono sempre stati presi in considerazione da questa organizzazione fin dalla sua creazione“, ha dichiarato la presidenza in un comunicato di martedì, a seguito di una riunione virtuale dei leader nazionali dell’OMVS. La Guinea è governata da una giunta militare che ha preso il potere nel 2021, creando attriti con i suoi alleati e vicini regionali. L’OMVS non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento. Sul suo sito web, l’OMVS afferma che nel maggio 2021 gli Stati membri hanno presentato le loro richieste di finanziamento per il progetto Koukoutamba a un partner cinese per l’85% dell’importo contrattuale. E che la mobilitazione dei finanziamenti è “in corso“.

Oro blu in Africa

Intanto in Burkina Faso quasi 300 mila persone sono vittime di una nuova guerra dell’acqua. È l’allarme lanciato da 13 organizzazioni nazionali e internazionali che forniscono assistenza umanitaria nel paese. Nel 2022 sono 32 le strutture idriche distrutte da attacchi terroristici. L’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo rileva che ci sono più di un miliardo di migranti nel mondo oggi. I deficit idrici e le problematiche legate all’acqua sono collegati al 10% dell’aumento della migrazione globale. Il dato è certificato dalla Banca Mondiale. Ed è stato uno dei temi principali nel corso del Forum mondiale sull’acqua che si è tenuto a Dakar, in Senegal. E il trend è in aumento. Ed è legato a doppio filo agli effetti dei cambiamenti climatici che stanno avendo effetti sulla disponibilità di acqua in alcune zone del globo. Entro il 2100 fino a 5,5 miliardi di persone potrebbero essere colpite dall’inquinamento delle acque superficiali. Lo dimostra lo studio di modellazione dell’Università di Utrecht, nei Paesi Bassi, pubblicato su Nature Water. I risultati indicano che, secondo le previsioni, l’Africa subsahariana diventerà un hotspot globale dell’inquinamento delle acque superficiali entro la fine del secolo. La ricerca prevede che il cambiamento climatico e lo sviluppo socioeconomico influenzeranno la disponibilità di acqua nei prossimi decenni.

Sos inquinamento

Gli agenti inquinanti, provenienti da diversi settori di utilizzo dell’acqua, come le attività domestiche, manifatturiere, zootecniche e di irrigazione, possono influire sulla qualità dell’acqua e la gestione necessaria per mitigare questi effetti non è uniforme a livello globale. Inoltre, le proiezioni quantitative globali della futura qualità dell’acqua sono scarse. Edward Jones dell’Università di Utrecht, assieme ai suoi colleghi, hanno usato un modello di qualità delle acque superficiali ad alta risoluzione per simulare la temperatura dell’acqua e gli indicatori di salinità e di inquinamento organico e da agenti patogeni, per il periodo 2005-2100, secondo una serie di percorsi socioeconomici condivisi e di concentrazione rappresentativi. I ricercatori hanno scoperto che, entro il 2100, fino a 5,5 miliardi di persone potrebbero essere colpite dall’inquinamento delle acque superficiali, a seconda dello scenario climatico e socioeconomico e del tipo di inquinamento. Gli autori hanno stimato che la percentuale di popolazione mondiale esposta all’inquinamento da salinità, organico e da agenti patogeni entro la fine del secolo è compresa rispettivamente tra il 17-27%, il 20-37% e il 22-44%. Con una scarsa qualità delle acque superficiali che colpisce in modo sproporzionato coloro che vivono nei Paesi in via di sviluppo. Secondo lo studio, l’Africa subsahariana potrebbe diventare il nuovo hotspot dell’inquinamento delle acque superficiali a livello globale, indipendentemente dagli scenari climatici e socioeconomici futuri.

Sproporzione in Africa

Secondo il rapporto di Banca mondiale Ebb and Flow (Flusso e riflusso), 17 Paesi – che ospitano il 25% della popolazione mondiale – stanno già sperimentando uno stress idrico estremo. E le sfide sono in maniera sproporzionata sentite nel mondo in via di sviluppo con più del’85% delle persone colpite dalla variabilità delle precipitazioni che vivono in Paesi a basso o medio reddito. Ciò non significa che ci siano ondate di poveri “rifugiati dell’acqua” che migrano per sfuggire alla siccità. In realtà, sono i più poveri che spesso non hanno i mezzi per migrare. Anche quando ciò potrebbe migliorare i loro mezzi di sussistenza e le loro prospettive. In effetti, i residenti dei Paesi poveri hanno quattro volte meno probabilità di spostarsi rispetto ai residenti dei Paesi a medio reddito. Benché l’aumento del 10% dei flussi migratori sia legato all’acqua, tale dato potrebbe essere di gran lunga superiore. Esiste comunque un legame evidente tra la penuria d’acqua e i processi migratori. E questo risulta evidente per esempio nel Sahel.

Passi indietro

La cooperazione internazionale abbraccia le attività di attori che sostengono le persone in difficoltà e che in tutto il mondo promuovono lo sviluppo economico, sociale e culturale. La cooperazione internazionale comprende i campi dell’aiuto umanitario, della cooperazione allo sviluppo e della promozione della pace. Il compito dell’Agenzia (Aics) è quello di svolgere le attività di carattere tecnico-operativo connesse alle fasi di istruttoria, formulazione, finanziamento, gestione e controllo delle iniziative di cooperazione internazionale. In questa regione semiarida che divide l’Africa subsahariana dal nord del continente, la forte crescita demografica sta esercitando pressioni sulle già esigue risorse idriche. E, documenta l’Aics, allo stesso tempo sta alimentando conflittualità tra comunità che per secoli hanno condiviso gli stessi spazi. Generalizzando, questa conflittualità si sta manifestando in contrasti tra comunità seminomadi di allevatori e comunità sedentarie di agricoltori. Aprendo spazi all’azione di gruppi armati con agende politiche precise. Quella del Sahel degli ultimi dieci anni è sì una storia di contrasti frequenti. Ma sembra anche essere l’epilogo di esperienze di abbandono da parte dei governi centrali e di un’incapacità di fondo anche della stessa comunità internazionale di riportare la pace e innescare un processo virtuoso di sviluppo. Certo, non riguarda tutti i Paesi (il Senegal pur con le sue contraddizioni, ne è un esempio) ma la lista dei passi indietro è lunga e dolorosa.

 

 

Giacomo Galeazzi

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