Editoriale

Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono

Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono. Il Magistero pontificio lo testimonia senza sosta a quanti detengono le sorti delle comunità umane. Senza dialogo c’è solo l’abisso della guerra. Già 60 anni fa Giovanni XXIII constatò che “nelle comunità politiche economicamente più sviluppate si siano creati e si continuano a creare armamenti giganteschi”. La “Pacem in terris” stigmatizza come a tale scopo venga assorbita “una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche“. E “gli stessi cittadini di quelle comunità politiche siano sottoposti a sacrifici non lievi“. Mentre altre comunità politiche vengono, di conseguenza, “private di collaborazioni indispensabili al loro sviluppo economico. E al loro progresso sociale”. Gli armamenti, evidenzia papa Roncalli, “si sogliono giustificare adducendo il motivo che se una pace oggi è possibile, non può essere che la pace fondata sull’equilibrio delle forze”. Quindi “se una comunità politica si arma, le altre comunità politiche devono tenere il passo. Ed armarsi esse pure”. E “se una comunità politica produce armi atomiche, le altre devono pure produrre armi atomiche di potenza distruttiva pari”. In conseguenza gli esseri umani vivono nel terrore. “Sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile”, osserva Giovanni XXIII. Poiché le armi ci sono. E se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe. Non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico- avverte la Pacem in terris. Se anche una guerra a fondo, grazie all’efficacia deterrente delle stesse armi, non avrà luogo, è giustificato un timore. Quello che il fatto della sola continuazione degli esperimenti nucleari a scopi bellici possa avere conseguenze fatali per la vita sulla terra”. Per cui giustizia, saggezza ed umanità “domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti”. Dunque “si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti. Si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci”. Infatti non si deve permettere, sottolinea, Pio XII — che si rovesci per la terza volta sull’umanità la sciagura di una guerra mondiale. Con le sue rovine economiche e sociali e le sue aberrazioni e perturbamenti morali”. Il nome di Dio è misericordia. La guerra ne è diabolica negazione. Quindi va impedita in ogni modo. E la sua logica mortale va contrastata in tutti gli aspetti della quotidianità. Includa la comunicazione. Del resto la misericordia di Dio verso l’uomo è il segno più grande dell’Amore per ogni sua creatura. Questo tratto distintivo, il più profondo nella dimensione della fede cristiana, è costitutivo della Chiesa in uscita proposta da Francesco che è l’aggiornamento della Chiesa in ascolto della storia del Concilio Vaticano II. Il legame è dunque profondo e vero, così come la capacità di comunicare di Bergoglio in modo semplice ma nello stesso tempo non banale, il messaggio di salvezza di Cristo al mondo. La nuova evangelizzazione ha bisogno di confrontarsi con tutti i mezzi messi a disposizione della modernità. La rete internet, i social, l’età digitale sono luoghi di evangelizzazione e di spiritualità. Non può o deve esserci conflitto tra questi mondi. Sono realtà o ambiti da evangelizzare. E dove la presenza e la mediazione dei cattolici è necessaria e fondamentale per fare crescere il mondo in umanità.Papa Francesco ha un legame molto forte con san Giovanni XXIII, lui stesso ha raccontato che appena nominato papa uno dei nomi a cui aveva pensato – prima di scegliere Francesco – era stato proprio Giovanni XXIV. La prospettiva di Francesco si ritrova nel discorso di apertura del Concilio nel 1962. Quando san Giovanni XXIII definì «profeti di sventura» coloro che vedono nei tempi contemporanei solo condizioni avverse. Lo stesso discorso è citato nella Evangelii Gaudium per parlare dell’ottimismo cristiano di fronte alla nostra epoca. Stesso discorso ripreso poi anche nella bolla di indizione dell’Anno Santo straordinario della Misericordia. Per una Chiesa capace di “mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati”.Da Giovanni XXIII, papa Francesco eredita la spinta al rinnovamento della Chiesa. Ma anche lo stile di vicinanza, semplicità e buonumore. Di una Chiesa vicina alle ferite dell’uomo contemporaneo. Il Concilio fu una grande occasione di rinnovamento spirituale che ha investito la Chiesa a tutte le latitudini. È un fatto che l’America Latina ha accolto subito del magistero conciliare l’eredità del Concilio fin dalla seconda conferenza generale dell’episcopato sudamericano nel 1968 a Medellín. Bergoglio si muove in quest’orizzonte. Non è un caso che il documento da lui più citato, fin dai tempi del suo ministero episcopale, è la Evangeli Nuntiandi di Paolo VI, il testo che più ha calato gli insegnamenti del Concilio nella realtà della Chiesa. Un documento ripreso anche nel suo discorso alle Congregazioni Generali prima del Conclave che lo avrebbe eletto.

Giacomo Galeazzi

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