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Data comune per la Pasqua: un’occasione di unità tra i cristiani

Pasqua di riconciliazione. “Ut unum sint” è l’appello all’unità dei cristiani, che il Concilio Ecumenico Vaticano II ha riproposto con appassionato impegno. “Sforzi verso una data comune per la Pasqua“, li definisce la teologa luterana Dagmar Heller. Docente di Teologia ecumenica all’Istituto Ecumenico di Bossey (Svizzera). Unificare le celebrazioni della Pasqua tra cattolici, ortodossi e protestanti è un’occasione per manifestare la loro unità rendendo onore alla risurrezione di Gesù Cristo alla stessa data. “Ma ciò non accadrà più fino al 2025. Se le Chiese continueranno a seguire ciascuna il proprio modo tradizionale per calcolare la data della Pasqua”, spiega Dagmar Heller. Con i cattolici e protestanti favorevoli alla data unica. E le Chiese ortodosse intenzionate a mantenere la data mobile secondo le regole di Nicea. “L’intera questione va vista più in dettaglio -osserva la teologa- Un punto importante per gli ortodossi è che la Pasqua non può essere celebrata in concomitanza con quella ebraica. Questa regola è stata interpretata in vari modi e ostacola ulteriormente un’apertura a cambiamenti. Ma concretamente il problema principale per gli ortodossi sembra essere il timore di divisioni all’interno delle Chiese ortodosse“.

Pasqua di unità

“Sembra un paradosso- osserva la teologa-. Tutte le Chiese concordano nel celebrare Pasqua alla prima domenica successiva al primo plenilunio successivo all’equinozio di marzo. Eppure ci sono normalmente due date diverse per questa celebrazione. La ragione della contraddizione è che, successivamente all’introduzione di questo criterio, le Chiese d’occidente hanno in maggioranza adottato il calendario gregoriano. Mentre quelle ortodosse hanno mantenuto il calendario giuliano per determinare la data del plenilunio“. Un problema percepito come tale soprattutto nel XX secolo. In particolare la questione ha investito la Chiesa ortodossa. Quando nel 1923 il Parlamento greco ha introdotto il calendario gregoriano. Innescando un conflitto tra Chiesa e Stato. Un congresso pan-ortodosso nel maggio del 1923 decise perciò di rivedere il calendario giuliano. Adattandolo a una maggiore accuratezza astronomica. Ma ne risultarono spaccature nella Chiesa greca, in quella romena e altrove. La situazione generale oggi nel mondo ortodosso è che per la data della Pasqua tutte le Chiese usano il calendario giuliano. A eccezione della Chiesa di Finlandia, che segue quello gregoriano. Mentre per tutte le altre feste, alcune Chiese – in particolare quelle di lingua greca e la romena – usano il calendario gregoriano.

Svolta

Nel 1964 la situazione all’interno delle Chiese cambiò. La Chiesa cattolica, nel Decreto conciliare Orientalium ecclesiarum” affermò la propria disponibilità a una data comune per la Pasqua. Sia fissa che mobile. Qualora tutte le Chiese avessero condiviso la soluzione. Una consultazione fu avviata dal Consiglio ecumenico delle Chiese a seguito del mutato atteggiamento di Roma. Quindi la maggioranza delle Chiese occidentali indicò la preferenza per una data fissa. Mentre per le Chiese ortodosse rimase importante l’osservanza della regola di Nicea. Nella sua nona Assemblea generale del 2006 a Porto Alegre (Brasile) il Consiglio ecumenico delle Chiese riaffermò che una comune data per la Pasqua sarebbe stata parte del progresso verso l’unità visibile dei cristiani. Ma non assunse alcuna iniziativa. La questione è riemersa quando nel 2014 Tawadros II, papa della Chiesa copto-ortodossa chiese a papa Francesco di compiere un nuovo sforzo per una data unificata della Pasqua. E discusse l’argomento anche con il Patriarca ecumenico.

Soluzione possibile

Nel maggio 2015 Tawadros fece un passo ulteriore, proponendo di fissare la Pasqua alla terza domenica di aprile. Un mese dopo papa Francesco espresse il desiderio di stabilire una data comune della Pasqua. E ribadì la disponibilità della Chiesa cattolica nei confronti di una data fissa. Francesco discusse di questo anche con il Patriarca siro-ortodosso, che pure sembrò pronto a tale soluzione. Ma una dichiarazione di un portavoce del Patriarcato di Mosca chiarì subito che la Chiesa ortodossa russa non avrebbe abbandonato la regola di Nicea. E quindi non avrebbe accettato una data fissa. Invitava piuttosto cattolici e protestanti ad adottare il calendario giuliano. Nel gennaio 2016 l’Arcivescovo di Canterbury dichiarò di intravedere la possibilità di accordarsi su una data fissa per la Pasqua nello spazio “di cinque-dieci anni”. Se si analizza l’insieme della discussione, la situazione può essere sintetizzata in due orientamenti: le Chiese occidentali e quelle ortodosse orientali disposte a una data di Pasqua fissata in una determinata domenica di aprile. Osserva Dagmar Heller: “Appare chiaro che spostare la data di Pasqua a un giorno fisso (una domenica di aprile) sarebbe un cambiamento radicale. Perché per almeno 1500 anni Pasqua è sempre stata celebrata in una domenica mobile in base all’equinozio e al plenilunio”.

Come in Egitto

Un cambiamento simile romperebbe anche con la tradizione di indicare il legame storico con la Pasqua ebraica. Mantenendo al contempo una chiara distinzione tra le due. Una data fissa in una specifica domenica di aprile sarebbe una soluzione pragmatica. In linea con la tendenza attuale a organizzare la vita sulla base di bisogni determinati dalla società civile. Ma la discussione ha anche mostrato che questa soluzione difficilmente può essere accettata da tutte le Chiese. Secondo la teologa luterana “l’unica soluzione con possibilità realistiche di riuscita – ma che non è mai stata presa in considerazione a livello mondiale – sarebbe che tutte le Chiese si unissero al metodo ortodosso di fissare la data di Pasqua usando il calendario giuliano”. Questa proposta non è nuova. E’ praticata a livello locale in Egitto e in Giordania dove – seguendo un’indicazione del Consiglio delle Chiese del Medioriente nel 19945 – le Chiese occidentali hanno deciso di seguire la maggioranza ortodossa”.

Trinità

La Chiesa, che non potrebbe sussistere se non nella comunione con Cristo, suo Signore e sposo, scaturisce dal disegno e dall’opera della Trinità, come i numeri seguenti si affrettano a mostrare, e dell’unità di Dio deve essere il riflesso e il segno visibile. Ora, tale unità, come avviene nella stessa vita trinitaria, si realizza nell’amore. Della misericordia divina, quindi, la Chiesa deve essere l’annunciatrice e prima ancora la trasparente ricettrice, essa che è stata generata dall’effusione pasquale dello Spirito, che è l’amore stesso di Dio. L’amore è dunque la prima, e in fondo l’unica, vocazione della Chiesa, come Gesù stesso ha insegnato proclamando il comandamento della carità. Solo attraverso l’amore, infatti, essa può realizzare il suo compito di essere strumento di unità per il genere umano. Papa Francesco ha voluto riprendere questo stallo e smuoverlo alla luce di gesti concreti. La possibile visita in Russia al patriarcato ortodosso, il calendario liturgico comune, soprattutto la data della Pasqua. L’altro gesto è stata la visita alla comunità pentecostale di Caserta, dov’è andato oltre l’ecumenismo dei rapporti personali, marcando quello delle origini, basato sullo scambio e sulla cooperazione fraterna, senza dimenticare le aperture rese possibili dalla svolta ecumenica del Concilio Vaticano II. Anche quell’incontro è stato l’occasione per confermare come in questi anni si stia facendo avanti l’idea dell’ecumenismo di fatto. Insomma il Vangelo è lo stesso. E Bergoglio punta a questo: al compagno di strada, al fratello nella stessa fede ognuno deve affidare vicendevolmente il cuore, senza sospetti e senza diffidenze. Sbaragliando ossessioni e stratificazioni della storia, non sempre limpide. Con un approccio più biblico, meno ecclesiastico e più pastorale, anche alla teologia e alle rigidità del diritto.

Giacomo Galeazzi

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