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Come cambia l’Alleanza Atlantica. 75 anni di Nato

Il ruolo della Nato in un mondo alla ricerca della pace. Mentre il mondo assiste con il fiato sospeso all’escalation di violenze in Medio Oriente e Ucraina, la Nato festeggia il 75° anniversario. “Il fatto di essere qui riuniti a Washington per la firma del Patto Atlantico rispecchia perfettamente la natura della nostra comune preoccupazione: lo schiacciante potenziale militare dell’Unione Sovietica”, disse il presidente Usa, Harry Truman il 3 aprile 1949. All’inizio di una conversazione riservata assieme ai vertici politico-militari degli Usa e ai ministri degli Esteri dei Paesi fondatori dell’Alleanza Atlantica. I vertici di Madrid e Vilnius, nel 2022 e nel 2023, hanno  riportato la North Atlantic Treaty Organization al suo core business, la sicurezza collettiva e la deterrenza. Verso la Russia, oggi, e magari la Cina, domani. Sempre che Donald Trump non decida di chiudere baracca e soldatini. Papa Francesco ha concluso la catechesi  dedicata alla pazienza, indicando ai fedeli la testimonianza di due papà, Rami Elhanan e Bassam Aramin, seduti l’uno accanto all’altro in prima fila, in Aula Paolo VI. La loro storia è raccontata nel libro “Apeirogon” (Feltrinelli) dello scrittore irlandese Colum McCann. “Pazienza è saper sopportare i mali”, ha detto Francesco a braccio: “E qui, in questa udienza, ci sono due persone, due papà, uno israeliano e uno arabo. Ambedue hanno perso le loro figlie in questa guerra. E ambedue sono amici. Non guardano all’inimicizia della guerra, ma guardano all’amicizia di due uomini che si vogliono bene e che sono passati per la stessa crocifissione”. E ha proseguito: “Pensiamo a questa testimonianza tanto bella di queste due persone, che hanno sofferto nelle loro figlie la guerra della Terra Santa”. Quindi l’invito ai presenti: “Cari fratelli, grazie per la vostra testimonianza! Che il Signore ci dia la pace! Nella martoriata Ucraina, che sta soffrendo tanto sotto i bombardamenti. Anche in Israele e Palestina: che ci sia pace in Terra Santa. Che il Signore ci dia la pace a tutti”.

Un carico di aiuti umanitari giunto in Ucraina. Foto: Comunità di Sant’Egidio

Anno di passione

Esattamente 75 anni fa, dodici Stati (Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Stati Uniti) firmarono il Trattato Atlantico. Dando vita alla Nato, istituzione militare, politica, difensiva ancora centrale nelle relazioni internazionali contemporanee. Quando la “minaccia sovietica” è stata abbattuta e il blocco occidentale ha prevalso, l’Alleanza Atlantica non ha cessato di esistere, ma ha mutato la sua natura, espanso i propri confini, intensificato le proprie attività, aggiornato gli obiettiviIl 75° anniversario della Nato coincide con “un anno di passione” come il 2024.  Su tre potenze mondiali che sono gli Stati Uniti, l’Europa e la Cina, due vedranno le elezioni con sovvertimenti della linea geopolitica quasi certi. Il mondo non è più globale come lo intendevano, ma è multipolare. Solo che questa multipolarità non ha ancora i suoi punti di riferimento e i suoi equilibri”. Andrea Illy, presidente della Regenerative Society Foundation, ha preso parte all’evento “Pact4Future, il futuro prende forma”, organizzato a Mialno dall’Università Bocconi. “Questa volatilità è destinata a durare moltissimo. Perché alimentata dagli effetti di quella che viene chiamata la prima crisi che è la crisi del debito che rende l’economia non sostenibile- -aggiunge-. L’economia crea un sacco di disuguaglianze, che ormai da decenni sono diventate insostenibili. Quindi crisi sociale e ambientale. Se andiamo avanti così da qualche tra qualche decennio diventa irreversibile. Dobbiamo andare verso un mondo che sia vivibile, questo non non lo è più”.

Foto di Nick Chong su Unsplash

Effetti economici

Nel 1955 Mosca diede vita al Patto di Varsavia, cioè un patto difensivo e di cooperazione, ricalcato sul Patto atlantico, tra otto Paesi (Albania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Germania Orientale, Polonia, Romania, Ungheria, Urss). Seguirono anni di tensione, alimentati dal mancato riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese da parte degli occidentali e poi dalla crisi dei missili di Cuba. Nel frattempo, la solidità dell’alleanza comunista fu minata proprio dal rapporto complicato con Pechino, dalla rivoluzione di palazzo a danno del presidente Nikita Krusciov, così come dalle rivoluzioni civili in Polonia, Ungheria e poi Cecoslovacchia. Tra gli anni ’60 e ’70 pure l’Alleanza Atlantica attraversò periodi di crisi. Nel Congresso americano si discuteva spesso dell’equa distribuzione delle spese militari tra Stati Uniti ed Europa, sostenute in larghissima parte da Washington. Mentre in Francia maturavano sentimenti antiamericani, culminati con la temporanea uscita della Francia dall’organizzazione militare della  Nato, conclusi con la crisi del franco e le dimissioni del generale Charles de Gaulle. Lo scenario odierno appare profondamente mutato. Oggi come allora non mancano gli effetti economici dei cambiamenti geopolitici. “Il mondo sta subendo una rapida trasformazione a causa dell’inasprirsi della competizione tra le grandi potenze- osserva l’analista Cathy Hepworth-. Gli Stati Uniti e i loro rivali, soprattutto la Cina. Mentre le due maggiori economie dominano i titoli dei giornali, sono i Paesi emergenti più piccoli ad avere alcune delle opportunità più interessanti per gli investitori obbligazionari in questa “nuova normalità”.
© Csaba Nagy da Pixabay

Mercati

Gli investitori che cercano di diversificare tra i mercati emergenti troveranno un panorama più complesso rispetto al mondo bipolare e contraddittorio della Guerra Fredda. O all’ordine globale basato sul modello occidentale che è emerso in seguito. “Ma non devono temere la complessità- osserva la Head of Emerging Markets Debt di PGIM Fixed Incom-. L‘anno scorso l’indice JP Morgan EMBI Global Diversified è salito dell’11%. In generale, i mercati emergenti sono destinati a svolgere un ruolo centrale sulla scena mondiale. In quanto le dinamiche globali spingono le principali potenze a compiere tentativi – soprattutto economici e finanziari – per attrarre queste economie e gli stati in bilico sul fronte geopolitico nelle rispettive sfere di influenza. Attraverso incentivi positivi come prestiti agevolati, finanziamenti per le infrastrutture, partnership per la supply chain e alleanze tecnologiche”. Gli investitori, tuttavia, non dovrebbero considerare i mercati emergenti come un gruppo uniforme. Essi coprono un ampio spettro in termini di geografia, sviluppo e grado di resilienza. “Ciò crea un insieme di opportunità diversificate per i portafogli. Una combinazione oculata di esposizioni ai mercati emergenti potrebbe generare performance interessanti”, precisa l’esperta.

Foto di Ajay Parthasarathy su Unsplash

75 anni di Nato

Tutti per uno, uno per tutti. La Nato, semplifica semplifica, è questo. Da 75 anni. Ed è assolutamente appropriato che il motto dei “Tre Moschettieri” (Dumas padre) sia di fatto il riassunto dell’articolo 5 del trattato atlantico, la clausola principale della North Atlantic Treaty Organization. Che in francese (seconda lingua ufficiale) è però Otan. Prova ineludibile che i cugini d’oltralpe sono bastian contrari. E d’altronde il primo quartier generale era basato proprio nella ville lumiere, prima che Charles de Gaulle, nel 1965, annunciasse il ritiro della Francia dal comando integrato. Alleati sì, ma con “juicio”. Insomma, ricostruisce l’Ansa, il romanzo militare della Nato è fatto anche di scontri, colpi bassi, scheletri nell’armadio, in pieno stile cappa e spada. Perché gli alleati sono tutti democrazie (più o meno) e nel mondo libero si ha il diritto anche di non essere d’accordo, vedi l’esempio francese. Lord Hastings Lionel Ismay, il primo segretario generale dell’Alleanza, nominato nel 1950, con impareggiabile acume british sentenziò che l’organizzazione era stata creata to “keep the Soviet Union out, the Americans in, and the Germans down” (per tenere fuori l’Unione Sovietica, dentro gli americani e a terra i tedeschi). Un adagio valido ancora oggi, azzardano alcuni diplomatici alleati, soprattutto se si sostituisce Europa a Germania. Gli Stati Uniti, inutile girarci intorno, sono infatti il cuore pulsante della Nato e rappresentano il 70% della sua spesa militare (nonché l’unico Paese ad aver mai invocato l’articolo 5, dopo l’11 settembre 2001).

Foto di Pedro Farto su Unsplash

Deterrenza

De Gaulle lasciò il comando integrato proprio per ragioni di sovranità – il quartier generale Nato traslocò in fretta e furia negli slums di Bruxelles e i vari comandi si sparpagliarono per l’Europa – e a tutt’oggi Parigi non partecipa alla filiera di deterrenza nucleare alleata. Un rapporto travagliato, quello della Francia con la Nato. Ci fu anche lo scontro con gli Usa al tempo della crisi di Suez, nel 1956, al fianco della Gran Bretagna; le differenze sul Vietnam (condivise da molti Paesi europei). Il drammatico scontro al Consiglio di Sicurezza dell’Onu alla vigilia dell’invasione dell’Iraq del 2003, insieme a Berlino. “La Nato ha vissuto molti momenti difficili ma abbiamo saputo superarli perché ciò che ci unisce è più forte di ciò che ci divide”, sintetizza il segretario generale Jens Stoltenberg, tra i più ‘longevi’ di sempre. Fondata appunto il 4 aprile 1949 con la firma del Trattato di Washington da parte dei 12 Paesi fondatori (Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti), l’Alleanza Atlantica è poi cresciuta a ondate successive fino a contare gli attuali 32 membri, con il recente ingresso di Finlandia e Svezia. Una storia di successo ma, al tempo stesso, gravida d’incomprensioni. L’allargamento agli ex satelliti dell’Unione Sovietica, dopo la caduta dell’Urss, ha portato infatti allo scontro con la Russia. Oltre che alla scomparsa di ogni cartilagine, ad esempio nel Baltico o per l’appunto in Finlandia. Mosca lo considera un disegno imperiale americano, in spregio alle garanzie teoricamente assicurate a suo tempo da Washington ai vertici dell’Urss di non avanzare a est dopo la caduta del muro di Berlino.

Foto di Frauke Riether da Pixabay

Questione Kiev

L’Occidente, evidenzia Mattia Bernardo Bagnoli, lo reputa un processo democratico – peraltro non semplice, come dimostrato da Helsinki e Stoccolma – interamente aperto ai Paesi europei. Il Cremlino, dicono i sostenitori della Nato che hanno vissuto all’interno della cortina di ferro, dovrebbe domandarsi perché chi può “scappa dalla sua sfera d’influenza” e cerca rifugio nell’Alleanza Atlantica. Che pure in tempi di multipolarità e rimescolanza geopolitica, vale ancora “il 50% del Pil globale”. Lo sa bene Kiev. Le fu socchiusa la porta nel 2008 (Francia e Germania si opposero a un invito secco) e da allora vive in un limbo, tanto più amaro oggi poiché, finché Mosca spara, di diventare il 33esimo membro del club non se ne parla neppure. Detto questo, non c’è dubbio che l’invasione dell’Ucraina voluta da Vladimir Putin abbia infuso nella Nato un nuovo afflato, una seconda primavera: con la fine della guerra fredda l’Alleanza aveva infatti faticato a trovare un posto nel mondo, riciclandosi come attore chiave in teatri di crisi (Jugoslavia, Afghanistan, Libia) perdendo però per strada la sua natura difensiva. 75 anni fa fu firmato il Trattato, rievoca l’Osservatore Romano. Quattordici articoli, due possibili e alternative soluzioni per la lotta a quello che nel secondo dopoguerra era identificato come principale nemico dall’Occidente. Battere Mosca attraverso un vasto programma di riarmo e la soppressione del comunismo in Europa. Oppure sviluppare una politica comune basata su valori democratici e restare in allerta in una “guerra” che doveva necessariamente restare fredda. Vista l’impraticabilità della prima opzione, contraria ai principi delle Nazioni Unite, ma soprattutto basata su un programma di riarmo difficile da far approvare ai popoli stremati dalla Seconda guerra mondiale la cui potenza militare era praticamente inesistente, si optò per la seconda soluzione.

Giacomo Galeazzi

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