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25 Aprile: il ruolo dei cattolici nella Liberazione

Alla Liberazione il cattolico democratico Sergio Mattarella ha dedicato illuminanti riflessioni. Il 25 aprile resta, secondo il Presidente della Repubblica, una data-cardine per il nostro Paese. Un “elemento fondamentale nella storia morale” dell’Italia. “Il Paese è fortemente cambiato, come il contesto internazionale. Non c’è più, fortunatamente, la necessità di riconquistare i valori di libertà, di democrazia, di giustizia sociale, di pace che animarono, nel suo complesso, la Resistenza- afferma il Capo dello Stato-. Oggi c’è la necessità di difendere quei valori. Come è stato fatto contro l’assalto del terrorismo. E come viene fatto contro quello della mafia. La democrazia va sempre, giorno dopo giorno, affermata e realizzata nella vita quotidiana”. Il 25 aprile, aggiunge Sergio Mattarella in un colloquio con Ezio Mauro, fu lo sbocco di un vero e proprio moto di popolo. Quindi la qualifica di “resistenti” accomuna i partigiani, i militari che rifiutarono di arruolarsi nelle brigate nere. E “tutte le donne e gli uomini che, per le ragioni più diverse, rischiarono la vita per nascondere un ebreo. Per aiutare un militare alleato. O sostenere chi combatteva in montagna o nelle città”.

Foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica

Da Sturzo alla Liberazione

Lo statista democristiano Aldo Moro definiva il partito cattolico Dc, oltre che popolare e democratico, come “antifascista”. Per lui si trattava di un elemento caratterizzante, appunto identitario, della politica italiana. “Mio padre era antifascista – afferma il Presidente della Repubblica-. Diciannovenne, nell’anno del delitto Matteotti, aveva fondato nel suo comune la sezione del Partito popolare di Sturzo. E aveva subito percosse e olio di ricino. Il giornale che dirigeva come presidente dell’Azione Cattolica di Palermo prese una posizione molto dura contro le leggi razziali. E fu sequestrato più volte. Lanciò, via radio, dalla Sicilia già libera, un appello agli italiani delle regioni ancora sotto l’occupazione nazista e di Salò. Partecipava, così, idealmente alla lotta della Resistenza. E faceva parte dei primi governi del Comitato di liberazione nazionale (Cln). Mentre il Nord Italia veniva via via liberato dagli alleati e dai partigiani. Sono cresciuto nel culto delle figure di don Minzoni, Giacomo Matteotti, don Morosini, Teresio Olivelli”. Sergio Mattarella cita la lettera di un giovanissimo condannato a morte della Resistenza. La sera prima di essere ucciso, scriveva ai genitori che il dramma di quei giorni avveniva perché la loro generazione non aveva più voluto saperne della politica. “Oggi assistiamo al riemergere dell’odio razziale e del fanatismo religioso- sottolinea il Capo dello Stato-. I morti delle Ardeatine è come se ci ammonissero continuamente. Ricordandoci che mai si può abbassare la guardia sulla difesa strenua dei diritti dell’uomo, del sistema democratico”. Secondo il filosofo Norberto Bobbio il grande risultato della Resistenza è stata la Costituzione. Perché portò la democrazia italiana molto più avanti di quella che era stata prima del fascismo”.

La costituzione. © Quirinale

Uguaglianza

Dal 1948, infatti, i diritti delle persone preesistono allo Stato. Ed è dovere della Repubblica realizzare condizioni effettive di uguaglianza fra i cittadini. “Vi sono stati tradimenti della Costituzione. Ma le istituzioni e le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, hanno resistito. Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro ne costituiscono prova evidente“, evidenzia il Capo dello Stato. Lo storico Pietro Scoppola considerava la Costituzione come il momento fondante di una storia e di una memoria condivisa. “La storia italiana è passata attraverso la dittatura fascista, la guerra, la lotta di Liberazione- puntualizza Sergio Mattarella-. E un popolo vive e si nutre della sua storia e dei suoi ricordi”. Don Pier Giuseppe Accornero ricorda come molti membri dell’Azione Cattolica parteciparono alla Resistenza. Alcuni sacrificarono la vita come Giorgio Catti e Renato Vuillermin. A Torino, per esempio, la dirigenza della Gioventù di AC, nonostante le limitazioni del regime fascista, assunse una funzione di guida per la gioventù cattolica dell’intera regione. E numerosi torinesi furono chiamati a collaborare a livello centrale, come Valdo Fusi, Rodolfo Arata, Carlo Donat Cattin. Vicende storiche documentate neo saggio “Laici nella Chiesa, cristiani nel mondo”.

Foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica

Impegno cattolico

“In Italia, nel 1931 scoppia il conflitto con il regime che controlla ogni attività e vorrebbe sottomettere anche l’Azione cattolica: resiste con mite determinazione. Pio XI la difende- spiega Accornero-. La replica del regime è ancora manesca. Attacchi sulla stampa, aggressione fisica alle persone e alle sedi. Il Papa risponde energico e severo: ‘Ci si può domandare la vita, ma non il silenzio’. E con provvedimenti che impressionano. Il Congresso eucaristico di Roma viene sospeso. Ed è l’anno senza Corpus Domini all’aperto, perché Pio XI vieta le processioni”. Testimonia Anna Rosa Gallesio Girola: “I fascisti volevano che ce ne stessimo chiusi in sacrestia. Alla diocesi di Torino lo stile fu quello impresso dal cardinale Maurilio Fossati. Un assoluto distacco dal fascismo. Una resistenza passiva che, pur non chiedendo a nessuno di esporsi a condanne o rappresaglie, segnò un duro termine di confronto per il regime”. Negli anni Trenta gli episodi di antifascismo nel mondo cattolico sono significativi. Ed è sempre più marcato il giudizio cri­tico sulle leggi razziali contro gli ebrei (1938). Sull’entrata in guerra (1940). Sulla disastrosa avventura in Russia (1941-43). Dopo l’armistizio (8 settembre 1943) il rifiuto del nazifascismo si diffonde tra i cattolici. “La Resistenza non è riducibile al solo aspetto militare- precisa Accornero-. Molti cattolici aderiscono alle bande partigiane. Sostengono e aiutano chi opera in clandestinità. Lavorano alla ricostruzione dei partiti, specie la Dc, e dei sindacati. Si impegnano nei Cln locali. Gettano le basi per le future amministrazioni“.

Foto: Osservatore Romano

Testimonianza

Sono numerose le testimonianze raccolte nel volume  “Laici nella Chiesa, cristiani nel mondo”: “Una pagina particolare fu scritta dai molti internati in Germania che rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò. Soffrendo e morendo nei campi nazisti. Cadendo nei Balcani sterminati dai tedeschi. Né vanno dimenticati i sacerdoti che morirono nella deportazione. Don Piero Soffientini (Alessandria) e don Giacomo Volante. Le donne di AC sostennero la resistenza di mariti e figli. Tante religiose hanno pregato e operato per chi era perseguitato o lottava per la libertà. Gallesio, attivista della Gioventù femminile, figlia di un sindacalista del Partito popolare, collabora al quotidiano  “L’Italia”. E in redazione or­ganizza “una piccola base segreta di donne cattoliche che aiutavano la Resistenza. Ci occupavamo di distribuire la stampa clandestina e gli aiuti ai perseguitati. Rappresentavo la Dc nei gruppi di difesa della donna in cui erano presenti tutte le correnti politiche. Organizzavamo la par­tecipazione alla Resistenza e l’assistenza ai carcerati alle Nuove con suor Giuseppina de Muro e il cappellano padre Ruggero Cipolla”. Fu ingente l’opera di soccorso degli ebrei svolta dal cardinale Fossati e dal segretario monsignor Vincenzo Barale. “Senza l’organizzazione capillare della Chiesa, difficilmente saremmo riusciti a salvate tante vite umane. A mantenere i rapporti con i partigiani, a riunire i capi delle bande in modo da giungere a una azione concorde. Molti sacerdoti pagarono con la vita la loro azione generosa”, evidenzia Gallesio.

Foto di Cdoncel su Unsplash

Liberazione culturale

“Vi è poi il contributo culturale e spirituale alla Resistenza offerto da tanti dirigenti e assistenti per mantenere rapporti di amicizia con i giovani in guerra e nei campi di internamento – sostiene don Pier Giuseppe Accornero-. In ambito intellettuale vanno ricordati movimenti come la Fuci e i Laureati cattolici; tra i preti animatori don Natale Bussi ad Alba, padre Enrico di Rovasenda e don Carlo Chiavazza a Torino, don Michele Pellegrino a Fossano. Una resistenza culturale che operava già silenziosamente negli anni Trenta, confermata dal disprezzo dei fascisti e dall’ingiusta accusa di ‘antipatriottismo’. Innumerevoli le prepotenze e le violenze dei fascisti contro cattolici. Spesso bastava la presenza della ‘spilla’ cattolica contrapposta alla ‘cimice’ fascista”. Renato Vuillermin, Gino Pistoni, Giacomo Dacomo, Giorgio Catti sono alcuni giovani partigiani cattolici uccisi dai fascisti. Gran parte della dirigenza AC del dopoguerra – che contribuirà in modo decisivo alla Costituzione e alla ripresa democratica – passa attraverso la Resistenza. In Piemonte numerosi partigiani cattolici sono guidati da una scelta non ideologica ma territoriale. E molti militano nelle divisioni delle Langhe, Alto Monferrato, Valle d’Aosta, Torinese, Astigiano, Cuneese, Novarese. Molto alto il numero di morti. Nel Cuneese 141 caduti dalle associazioni cattoliche. Tra i quali il 17enne Marcello Spicola, presidente della Giac dell’oratorio salesiano di Cuneo. Poi l’Associazione Pier Giorgio Frassati (la “Frass”) guidata da Giorgio Boggia.

Foto di Arno Senoner su Unsplash

Sacerdoti e vescovi

“Molti preti partecipano alla vita delle bande. Sacerdoti e vescovi svolgono una funzione decisiva nella difficile mediazione tra occupanti, popolazione e partigiani. E mettono in salvo numerosi ebrei e perseguitati – puntualizza don Accornero-. Tra loro don Michele Balocco, segretario di monsignor Luigi Maria Grassi vescovo di Alba. Don Ambrogio Ceriani, sacerdote giuseppino che opera con i garibaldini nell’Astigiano. Don Piero Giacobbo viceparroco a Bra e cappellano degli autonomi della ‘Mauri’ nelle Langhe. Don Aquilino Molino, assistente dell’AC astigiana. Don Raffaele Volta, fossanese mandato dal vicario generale don Michele Pellegrino. Don Sebastiano Tros­sarello parroco in Valle di Susa. Don Bartolomeo Ferrari, ‘don Berto’ cappellano della divisione ligure-piemontese ‘Mingo’. Don Giovanni Galliano se­gretario di Giuseppe Dell’Omo, vescovo di Acqui. Gino Baracco, torinese e ‘aspirante’ all’oratorio alla Crocetta con Carlo Carretto”.

 

Giacomo Galeazzi

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