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Sos nativi digitali. Una persona su due lascia il lavoro per “malessere psicologico”

Allarme nella psicologia del lavoro. La generazione Z è quella dei nativi digitali. Cioè dei giovani nati tra il 1997 e il 2012. Una persona su 2 dichiara di soffrire di ansia e insonnia per motivi legati al lavoro. In particolare, cresce la percentuale di persone che dichiara di sperimentare frequenti vissuti di ansia o insonnia. Si è passati dal 35% (prima del Covid) al 53% per l’ansia e al 50% per l’insonnia. Ma parlare apertamente di disagio psicologico risulta ancora difficile. A rivelarlo sono i dati della BVA Doxa. La ricerca è stata commissionata dalla prima società italiana per la consulenza psicologica online in ambito aziendale. Mindwork ha indagato il benessere psicologico delle lavoratrici e dei lavoratori italiani.

Stress da lavoro

Sos, quindi, per il vissuto, i bisogni e i desiderata dei dipendenti delle aziende italiane.
Ad emergere è un dato su tutti. Il 75% dei lavoratori, circa 3 persone su 4, under 34 appartenenti alla categoria “blue collar” (cioè che svolge lavori manuali) si è dimesso almeno una volta. Ciò per preservare la propria salute psicologica. Un trend in crescita del +11% rispetto allo scorso anno. Soprattutto per quanto riguarda la Gen Z (60%). Quasi il 40% dei lavoratori, infatti, non si sente libero di dichiarare il proprio malessere in azienda. In particolare il disagio investe il target” blue collar “(48%). Mentre c’è meno reticenza a confidarsi con amici o in famiglia.

Burnout

“Nell’ultimo anno circa il 62% dei lavoratori italiani ha provato almeno un sintomo correlato al burnout. Ossia alla sensazione di sfinimento. Calo dell’efficienza lavorativa. Aumento del distacco mentale. Cinismo rispetto al lavoro”, spiega Biancamaria Cavallini. Aggiunge la psicologa del lavoro: “È in questo contesto che si afferma il fenomeno del ‘quiet quitting‘. Cioè il limitarsi a fare lo stretto necessario a lavoro. Verrebbe dunque quasi da pensare che possa essere un sintomo diffuso di vissuti di burnout“. Ritirarsi silenziosamente dalla propria attività lavorativa e disimpegnarsi da quest’ultima, è infatti in linea con il distacco mentale. E con il cinismo. “Segnali tipici del burnout”, precisa la board member e operations director di Mindwork.

Benessere a rischio

Il 95% del campione intervistato ritiene essenziale che le aziende si prendano cura del benessere psicologico dei propri dipendenti. Tra le iniziative più apprezzate una maggiore flessibilità oraria e l’attivazione di programmi strutturati di “well-being“. In generale però, il 44% ritiene che le iniziative proposte dalla propria azienda siano del tutto inefficaci. In particolare fra i “Blue Collar” (uno su due). Nel momento in cui si è alla ricerca di una nuova posizione lavorativa, 7 persone su 10 dichiarano di prediligere un’azienda attenta al benessere psicologico delle sue persone. Anche laddove il livello di stress attualmente percepito dalla persona sul proprio lavoro sia basso. Più precisamente, il 60% della categoria “White Collar” (impiegati) valuta questo dato in maniera positiva. A fronte del 23% fra i Blue Collar. Rispetto alla precedente edizione della ricerca, resta invece invariata la percentuale di persone che si esprime a favore di un supporto psicologico all’interno della propria azienda. Laddove non è ancora presente (75%). Dato che vale per tutte e tre le categorie prese in esame.

Talenti da trattenere

Mario Alessandra è il fondatore e l’amministratore delegato di Mindwork. “Sono emerse due conferme- sottolinea-. Una è sicuramente quella della trasversalità del malessere psicologico su aziende di ogni settore e dimensione. L’altra è l’impatto che questo ha sulla capacità delle aziende stesse di trattenere e attrarre i talenti. Soprattutto quelli più giovani che per definizione rappresentano il nostro futuro. C’è bisogno di un paradigma culturale parta dalla leadership. E dia la base per ambienti di lavoro strutturalmente a misura di benessere psicologico”. Il benessere psicologico non riguarda solo la singola persona ma è una componente strategica fondamentale per l’intera azienda. La funzione “Risorse Umane” va supportata per offrire counseling psicologico e coaching a tutti i propri collaboratori e ai loro familiari. Al fine di migliorare le performance e il benessere a lavoro.

Giacomo Galeazzi

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