Se i migranti sono come i topi

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Una premessa doverosa, per evitare malintesi ed equivoci. E’ chiaro che non si vuole qui paragonare la vita umana a quella animale, un migrante a un topo. Non è questo lo scopo, bensì quello di ricordarci che facciamo tutti parte dello stesso Creato, e in questo dobbiamo avere l’umiltà di vivere abbandonando quell’autoreferenzialità, diciamo pure delirio di onnipotenza, che l’uomo spesso incarna.

E’ il Creato stesso, con le sue forme viventi, a darne testimonianza e a farci ripiombare nella nostra pur unica “piccolezza”. L’allarme topi a Roma ha improvvisamente ricordato a tutti che per quante costruzioni facciamo, per quanto pensiamo di poter mettere limiti e governare il processo evolutivo della natura, alla fine paghiamo dazio. La colonia di roditori cresce e non è più possibile arginarla. Ed è paradossale che abbiamo creato noi le condizioni perché tutto ciò accada, con una gestione dissennata dell’urbanizzazione e del ciclo dei rifiuti.

Non basta tracciare un confine su una cartina e definire uno “spazio amministrativo” per risolvere i problemi, non è sufficiente alzare un muro di cemento. E’ presuntuoso pensare che l’evoluzione del mondo possa essere governata dall’uomo, ancor più folle mettendo barriere formali o fisiche. Facciamo finta di non saperlo, ma è così.
Ed ecco che il parallelismo, esclusivamente nel senso globale evolutivo, si appalesa: inutile pensare di rinchiudere l’evoluzione in un determinato territorio, che sia quella umana, animale o vegetale.

Lo si può fare per un lasso di tempo che può sembrare lungo paragonato alla vita umana, ma che è infinitesimale se confrontato con il respiro evolutivo dell’Universo. Alla lunga tutto ciò che l’uomo comprime “salta”, come un tappo: economia, libertà personali, flussi migratori fanno parte di un unico sistema, che è il Creato. Lo stesso che governa l’evoluzione di flora e fauna.

“Dov’è la vostra democrazia? La vostra libertà? Siamo esseri umani” c’era scritto su alcuni cartelli a Calais, come forma nonviolenta di protesta rispetto agli sgomberi. Una marea umana che si sta spostando verso l’Europa, colpevole negli anni di aver creato – non da sola – le condizioni rispetto a ciò che sta accadendo. Trattati come topi, chiusi cioè in un posto, l’Africa, lontano dagli occhi dell’Occidente. La cantina del mondo, dove evidentemente si pensava potessero restare. Poi l’intervento, la cura, che è stata peggiore del male. E oggi ci si accorge che milioni di persone non possono più stare dove volevamo che restassero.

No, i migranti non sono come topi. Sono esseri umani, e ancora oggi c’è chi si ostina a volerli fermare con una barriera, trattandoli così come roditori. Ma non sarà possibile. Prendere coscienza che siamo tutti su un unico pianeta, e che il rispetto e l’aiuto reciproco sono alla base del futuro del pianeta non è filosofia, è cronaca.

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