CLIMA, ULTIMATUM ALLA TERRA

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“Una catastrofe”. Papa Francesco, durante il viaggio apostolico in Africa, non ha usato mezzi termini per descrivere lo scenario in cui il mondo si troverebbe proiettato se gli “interessi privati” dovessero prevalere sulle esigenze globali facendo fallire il Cop21 di Parigi. In gioco c’è il futuro della Terra, un pianeta che la Provvidenza ci ha donato perché ne facessimo la nostra “casa comune”. Un tema tornato d’attualità anche per la discussa proiezione di “Fiat Lux” sulla facciata di San Pietro in occasione dell’apertura del Giubileo.

Vasti oceani e catene montuose innevate, specie animali e vegetali che nei secoli si sono adattate ad habitat diversi, cambiando morfologia e abitudini. Bellezze e maestosità che, nei millenni, si sono mantenute intatte grazie a un fragile equilibrio. Lo stesso che la scellerata corsa al progresso di quest’ultimo secolo rischia di compromettere. Guardiamo la nube tossica planata su Pechino, l’immensa isola di spazzatura adagiata sul Pacifico, le discariche abusive nascoste nel sottosuolo e capiamo dove possa arrivare la follia distruttiva dell’uomo. Unico tra i viventi a piegare l’ecosistema al suo volere invece di utilizzarlo sapientemente per il bene di tutti. Uno schiaffo al Creato.

Per porre rimedio agli errori, e orrori, commessi a Parigi si sta correndo contro il tempo. Ma la bozza di accordo stilata nelle ultime ore lascia aperta la questione più importante: il riscaldamento globale. Un gap che, se confermato al momento della firma, trasformerebbe il Cop21 in un gigantesco buco nell’acqua e ridurrebbe le possibilità di non oltrepassare il punto di non ritorno. A separarci dalla fine del mondo, per come lo conosciamo, è una crescita quasi infinitesimale della temperatura entro la fine del secolo: 1 o 2 gradi. Restare al di sotto di questa soglia, secondo gli scienziati, è cruciali per quei Paesi più esposti al cambiamento climatico. A delineare i due scenari è stato il team internazionale di esperti del Climate Analytics, secondo cui, in termini generali, sopra il grado e mezzo gli impatti devastanti si impennano, soprattutto nelle regioni tropicali e subtropicali. Per mantenere le temperature sotto questo valore, di contro, servirebbero sforzi maggiori da parte degli Stati sviluppati ed emergenti. Gli stessi che dovrebbero stanziare le risorse – altro nodo da sciogliere – per aiutare le aree più vulnerabili e povere della Terra a mettere in campo misure di mitigazione e adattamento ai mutamenti del clima.

Nella rete degli interessi in gioco, i ricercatori del Climate Analytics hanno cercato di fare chiarezza sulle differenze tra 1,5 e 2 gradi. Spiegando che le ondate di calore, ad esempio, andrebbero a durare non un mese ma un mese e mezzo a livello mondiale, e non due ma tre mesi nelle fasce tropicali. Tra 1,5 e 2 gradi, hanno spiegato, c’è il passaggio “da eventi che sono al limite dell’attuale variabilità naturale a un nuovo regime climatico”. Un po’ come, nel nostro corpo, passare da 36° a 37° è sintomo di una malattia in atto. Ad aumentare sarebbero anche i periodi di siccità, mentre diminuirebbe la disponibilità d’acqua, pure nel Mediterraneo. L’agricoltura sarebbe colpita duramente.

Nella metà delle aree mondiali dove si coltiva la terra, i rendimenti di grano, riso, mais e soia sono previsti in calo, tanto più accentuato quanto più sale la febbre del Pianeta. Le conseguenze peggiori ricadrebbero sulle regioni tropicali come Africa occidentale, sudest asiatico e America meridionale. Con temperature a +2 gradi, “virtualmente tutte le barriere coralline tropicali, che proteggono le coste, rischieranno un forte degrado”. E di questa protezione le località costiere hanno bisogno, perché con un grado e mezzo in più il livello del mare si innalzerà di 40 centimetri, e con due gradi salirà di mezzo metro. Quei 10 centimetri, in alcune parti del globo, possono fare la differenza tra il restare nella propria casa o doverla abbandonare perché sommersa. E’ per questo che gli Stati insulari del Pacifico e dei Caraibi sono i primi a battersi a Parigi per fissare la soglia a 1,5 gradi, un obiettivo condiviso anche dall’Italia e ribadito dal ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti.

A rendere il quadro ancor più preoccupante ci sono i risultati di uno studio pubblicato dalla rivista Science lo scorso maggio. Se l’innalzamento delle temperature proseguirà al ritmo attuale, spiega la ricerca, una specie su sei di animali e piante (il 16%) potrebbe estinguersi entro il 2100. Le zone del pianeta più a rischio sono quelle dove al momento la biodiversità è maggiore: Sud America, Australia e Nuova Zelanda. In generale, ha riportato il periodico scientifico, se le emissioni di gas serra non saranno controllate e ridotte si avrà un surplus di 4,3 gradi rispetto all’età pre industriale (cioè fine ‘800). E quanto di bello ci ha fatto amare questo meraviglioso pianeta rischierebbe di sparire per sempre.

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