Opinione

Il Concilio Vaticano II: spartiacque nella storia del cattolicesimo

Il Concilio Vaticano II fu un lungo susseguirsi di novità, di emozioni. 2500 vescovi, da tutto il mondo, a testimoniare l’universalità della Chiesa cattolica. Il magistrale discorso di Giovanni XXIII, con l’attacco ai “profeti di sventura”, e il richiamo alla “medicina della misericordia” più che alle condanne, più che alle scomuniche. Poi, la sera, l’inno alla luna, il vecchio Papa che dopo secoli rimetteva in bocca alla Chiesa il linguaggio della gente, della vita di tutti i giorni. Cominciò il Vaticano II, e i padri conciliari, maturando insieme, lessero il Vangelo, e quindi la condizione umana, con occhi completamente nuovi. Fu come uno spartiacque nella storia del cattolicesimo. Che, da lì, avrebbe cambiato profondamente il suo stesso volto, il suo modo di pregare, di annunciare il messaggio di Cristo, di viverlo; così come avrebbe cambiato il suo modo di rapportarsi alle altre Chiese cristiane, alle altre religioni, alla stessa modernità.

Morì papa Roncalli, gli succedette Paolo VI, ma il Concilio andò avanti nella sua rivoluzione. Era cominciato al chiuso, e finì all’aperto in piazza San Pietro, l’8 dicembre del 1965. Un cambiamento che non era solo esteriore, e neppure semplicemente simbolico. La Chiesa usciva dai sacri recinti, dalle sue paure secolari, per andare incontro agli uomini, e compiere con loro un cammino comune. Era un voltare decisamente pagina, rispetto a ciò che era rimasto – di polveroso, ingombrante e superfluo – del temporalismo, retaggio della cosiddetta epoca costantiniana, e poi di quel certo spirito della Controriforma, caratterizzato da un atteggiamento troppo giuridico, clericale, difensivo. Quei sedici documenti conciliari erano come lo specchio di una Chiesa che aveva avuto l’umiltà e il coraggio di chiedere perdono per gli errori del passato, e di ripensarsi, di rinnovarsi. Niente, dopo il Vaticano II, sarebbe stato più come prima.

Con la costituzione “Lumen gentium”, cambiava l’immagine della Chiesa, presentata ora come segno di salvezza, anziché fondamentalmente come istituzione; popolo di Dio, prima che gerarchia; collegialità episcopale, invece che solo un Papa monarca. La parola di Dio tornava al centro della vita cristiana, e la Bibbia non era più tabù per i credenti. La liturgia aveva rivisto i suoi riti, i suoi gesti, le sue parole. L’altra grande costituzione, “Gaudium et spes”, sanzionava il ritorno definitivo della Chiesa tra gli uomini, e, al tempo stesso, la presa d’atto della legittima autonomia delle realtà temporali, e l’ammissione di avere qualcosa da apprendere dall’impegno dell’uomo, dai progressi scientifici. Una Chiesa, adesso, evangelicamente libera da compromissioni mondane; e che si esprimeva in maniera nuova, coraggiosa, aperta, sulla famiglia, la cultura, la giustizia, la guerra e la pace. Una rivoluzione, appunto. Senza stravolgere la Tradizione e il magistero precedente, ma anche con una serie di evidenti rotture con il passato. Non altrimenti potevano considerarsi le parole relative alla cancellazione del deicidio, imputato per duemila anni al popolo ebraico.

Così come le parole della Dignitatis humanae sulla libertà di coscienza. Condannata ripetutamente dai Papi, da Gregorio XVI a Pio IX, o al massimo tollerata con argomentazioni ai limiti dell’ipocrisia; e ora, invece, proclamata – prima ancora che alla luce della divina Rivelazione – a partire dalla dignità della persona umana, ossia da quella verità fondamentale, propria di ogni uomo, che è il diritto naturale, sul quale si basa tutto l’ordine socio-giuridico. Così, veniva radicalmente modificato l’atteggiamento della Chiesa – dopo le condanne del passato – nei confronti della democrazia, degli Stati liberali, della secolarità della vita politica, del pluralismo delle scelte e delle responsabilità proprie dei credenti in questo campo. Così come veniva esaltata la dignità del laico cristiano, la sua appartenenza a pieno titolo alla Chiesa, alla missione evangelizzatrice. Di più, si affermava che la vocazione cristiana del laico deve realizzarsi anzitutto nell’esercizio quotidiano della propria “indole secolare”. In sostanza, per la prima volta un Concilio dichiarava solennemente essere la laicità una dimensione propria del cristianesimo.

Ebbene, riconosciuta la centralità della coscienza nell’agire morale, la Chiesa veniva conseguentemente richiamata a uno dei suoi compiti primari, quello di formare le coscienze, e non più pretendere di sostituirle, di modellarle a propria immagine e somiglianza. Di conseguenza, adesso sì che sarebbe stata possibile una svolta. Per un verso, rimediare finalmente a una religiosità mai maturata, ferma per lo più alle nozioni elementari del catechismo, attenta solo al “rispetto” delle norme, delle regole, dei precetti, con il risultato di una dicotomia profonda tra fede e vita. E, contemporaneamente, favorire la crescita di una religiosità nel segno della responsabilità, dell’impegno nei vari campi temporali, e di una identità che – senza naturalmente rivendicare una diversità, o se non peggio una “superiorità” – arrivasse a dimostrare come la fede cristiana sia qualcosa di connaturale all’essere umano.

Gianfranco Svidercoschi

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