Opinione

Come nel tempo è cambiato il modo di percepire il sacramento della Penitenza

Il sacramento della Penitenza consacra un cammino personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore. Il catechismo della Chiesa Cattolica la chiama confessione poiché indicare i peccati al sacerdote è un elemento essenziale di questo sacramento. La storica è fondamentale. Nel IV secolo, accadde qualcosa di nuovo, di sconvolgente. Il monoteismo si aprì al connubio tra fede in Dio e potere temporale. Un legame meno accentuato nell’ebraismo, più forte nell’islam, e invece accettato senza tanti problemi nel cristianesimo. Sotto l’urgenza, probabilmente, di uscire da quella drammatica situazione di minoranza perennemente perseguitata. Ma anche perché, a dirla tutta, i “vertici” ecclesiastici erano ormai pronti, se non predisposti, a scendere a patti con lo Stato. Oltretutto, dall’altra parte, c’era ora un imperatore come Costantino, molto ambiguo, sicuramente, e con non poche macchie delittuose sulla coscienza, ma che era cresciuto respirando un clima di tolleranza e di apertura nei confronti delle fedi. E aveva cominciato ben presto a vedere di buon occhio una religione come quella cristiana: non solo più organizzata e incisiva di quella romana, ma capace di raggiungere tanto il popolo quanto l’élite, e portatrice di un messaggio che teneva insieme la promessa di un aldilà e la richiesta di impegno civile alla singola persona.

Una notte, secondo il suo racconto, Costantino sognò l’angelo. Un’altra volta, ebbe la visione della croce in cielo: “In questo segno vincerai”; e sconfisse Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio. Fatto sta che, da lì, partì la cristianizzazione dell’Impero romano. La religione cristiana venne prima legalizzata (il controverso “Editto di Milano”), poi favorita (restituzione delle proprietà, esenzione dalle tassazioni statali), infine dichiarata religione ufficiale dell’Impero (con i cristiani arrivati al 90 per cento della popolazione). La Chiesa, del resto, si adattò molto rapidamente alla cultura, alle usanze imperiali: riuscendo così a gettare le basi di quella societas christiana, sulla quale si sarebbe costruita l’Europa, e che, tra alti e bassi, avrebbe resistito fino al XVIII secolo, pur attraverso prove cruente, come le crociate (contro l’islam) e le guerre di religione (contro i protestanti). Dal canto suo, Costantino diventò di fatto, o almeno si considerò, il garante ed esecutore della missione della Chiesa. Al punto che intervenne spesso, anche perché sollecitato, per risolverne le controversie interne. E convocò il primo dei Concili, quello di Nicea, per opporsi all’eresia ariana.

Per la verità, i seguaci del Vangelo erano ancora più numerosi in Africa e in Asia. Adesso, però, c’era un Impero cristiano, sempre più potente, e dilagante. Si era allargato verso il Medio Oriente, e aveva spostato la capitale a Bisanzio, che prese poi il nome del suo regale costruttore. Insomma, sembrava l’inizio di una storia destinata a diventare leggenda. E invece, dopo appena un secolo e mezzo, la grande impresa fallì. Ma, se l’Impero romano si disgregò, la vita della Chiesa continuò a risentire delle conseguenze del cesaropapismo costantiniano, ossia della confusione e delle ambiguità che ne erano nate tra le due potestà. La gerarchia ecclesiastica, da un lato, si trovò a fronteggiare le interferenze di un potere temporale sempre più insidioso, come quello degli imperatori germanici nel Medioevo e poi di diversi monarchi, specie di Filippo il Bello; dall’altro, dovette impegnarsi a fondo nel salvaguardare una società impregnata completamente della religione cristiana. E un “regime di cristianità”, come ormai stava diventando, comportò inevitabilmente un maggior rigore – e una maggiore, diciamo così, “sorveglianza” – sul piano della religiosità. Si cominciò con delle leggi, promulgate dalla Chiesa, allo scopo di “guidare” i fedeli sia nello spirito di preghiera e nell’impegno morale, sia nel far crescere l’amore di Dio e del prossimo.  Appunto, i cinque precetti: la Messa la domenica e le altre feste comandate, la confessione quantomeno una volta l’anno, la comunione almeno a Pasqua, la santificazione della festa, e l’osservanza, quando prescritta, del digiuno e dell’astinenza. Di per sé, potevano dar l’idea di indicazioni – ridotte al “minimo” indispensabile – per poter essere un buon cristiano, e per una vita spirituale più feconda proprio perché proposta in maniera così schematica, così semplice. Ma, andando a fondo, si scopriva come questa vita spirituale venisse concepita in termini molto formali, e circoscritta all’osservanza esteriore di comportamenti, obblighi e doveri particolari che toccavano la quotidianità dell’individuo, e non solo quella religiosa. Si diceva: “E’ di precetto”. Ovvero, era obbligatorio per il cristiano, in quanto imposto per autorità di istituzione divina.

E inoltre, quella precettistica ebbe un influsso molto pesante sul sacramento della penitenza. In antico, nella Chiesa primitiva, era il vescovo, con il presbiterio, a riammettere pubblicamente il fedele pentito nella comunione ecclesiale. E, il cristiano caduto in peccato grave, poteva ottenere il perdono una sola volta nella vita, e con pene severissime; per cui si tendeva a differire la penitenza, spesso in punto di morte. Dal IV secolo, proprio per eliminare imbrogli e sotterfugi, si cominciò a introdurre nel territorio irlandese-anglosassone la possibilità di ripetere la penitenza. Nel giro di due secoli, la nuova disciplina – con il sacramento che, da pubblico, era diventato privato – si diffuse in tutta Europa. E, nello stesso tempo, comparvero i “libri penitenziali”, i quali contenevano l’elenco dei peccati e indicavano ai confessori la penitenza corrispondente. Dunque, con sempre più spazio alla casuistica. A partire dalla teologia morale, se ne applicavano i principi generali al maggior numero possibile di casi concreti, o anche ipotetici, per formulare su di essi il relativo giudizio.

Gianfranco Svidercoschi

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