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Ecco come i “modelli culturali” influenzano la sanità. Focus mediatico-sociale sulle malattie infettive

Le malattie infettive rappresentano un pericolo per la salute da cui è difficile difendersi. “Pensiamo alla peste, al vaiolo, al colera, all’Aids“, esemplifica il professor Roberto Cauda. Queste patologie sono state “importanti nella storia dell’umanità. E per questo “hanno profondamente condizionato gli avvenimenti storici. Il costume. La quotidianità delle persone”. Del resto, sottolinea l’infettivologo, “differiscono dalle altre condizioni morbose“. E sono ancora oggi percepite nell’immaginario comune come “un silenzioso pericolo per la salute. Da cui è difficile difendersi. Essendo esse prodotte da cause ‘invisibili’“. I modelli culturali e la rappresentazione mediatica influenzano l’opinione sulle malattie infettive. E in ultima analisi la stessa sanità. come documenta il direttore Uoc del Policlinico Gemelli. “In numerosi film le malattie infettive sono presenti. Rivestendo un ruolo più o meno centrale – sostiene l’ordinario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ed editorialista di In Terris-. La malattia infettiva, qualunque essa sia, viene di solito trattata nel cinema per le sue caratteristiche di contagiosità e letalità“. Si tratta di caratteristiche che “vengono spesso enfatizzate“, puntualizza il consulente scientifico dell’Agenzia europea del farmaco (Ema). Nella settima arte lo scopo è in molti casi “colpire l’immaginazione dello spettatore. E conferire drammaticità alla narrazione“.

Tom Hanks e sua moglie Rita Wilson

Malattie infettive nel cinema

In particolare l’Aids ha polarizzato l’attenzione dell’opinione pubblica negli ultimi anni del secolo passato. E “la malattia diventa occasione di denuncia sociale“, osserva il professor Cauda. Philadelphia (1993, di Jonathan Demme). Dallas Buyers Club (2013, di Jean-Marc Vallée). The Normal Heart (2014, di Ryan Murphy) sono pellicole di “grande impatto sul pubblico”. E tutti e tre i film si riferiscono al periodo più buio dell’epidemia. E cioè agli anni Ottanta e Novanta del Novecento. Dunque alla fase iniziale. Quando l’Aids era una malattia mortale. Spiega lo scienziato: “Il film Philadelphia (interpretato da Thom Hanks) si differenzia dagli altri due girati in anni successivi. Perché si rivolge a uno spettatore che percepisce come attuale quanto narrato. E non come storia del passato”. L’ obiettivo comune di queste opere cinematografiche è quello di “affrontare le tematiche più controverse dell’Aids”. Ossia “lo stigma negativo nei confronti dei pazienti colpiti. La non accettazione della malattia da parte della società. Il senso di abbandono. La perdita degli amici ammalati. La dialettica tra chi proponeva l’astinenza come contenimento del contagio e chi la riteneva una limitazione della libertà. E infine la morte di tanti giovani”. Prosegue il professor Cauda: “Non possiamo dire con esattezza in che misura essi abbiano influenzato l’opinione pubblica. Credo, però, che la loro ampia diffusione abbia in qualche modo contribuito a una più corretta percezione dell’Aids. Vale a dire non più stigma sociale o punizione. Ma evento morboso che, al pari di altre malattie, è in grado di suscitare partecipazione. Evitando ogni forma di emarginazione.

Denuncia sociale

La denuncia sociale di una malattia infettiva con stigma non riguarda solo l’Aids. Secondo il primario di Malattie Infettive del Policlinico Gemelli di Roma è utile ricordare due film sulla sifilide“. Una patologia che, al pari dell’Aids, “si trasmette con i rapporti sessuali. E pertanto suscita atteggiamenti di tipo censorio nell’opinione pubblica”. She’s Too Young (2004, di Tom McLoughlin) lancia un grido d’allarme sugli adolescenti che contraggono la sifilide attraverso i rapporti sessuali. Per disinformazione sui potenziali rischi di infezione a essi connessi. “Il film si ispira a un’epidemia di sifilide avvenuta in un sobborgo di Atlanta nel 1996. E che aveva coinvolto più di 200 adolescenti“, precisa il professor Cauda. Anche Miss Ever’s Boys –Il colore del sangue (1997, di Joseph Sargent) prende lo spunto da un fatto realmente accaduto. E cioè l’esperimento condotto a loro insaputa, nella contea di Tuskegee in Alabama. Nel periodo 1932-1972. In un gruppo di afroamericani. Un’ operazione per valutare se gli effetti della sifilide non trattata in questa popolazione fossero simile a quelli osservati nei bianchi. Commenta l’infettivologo: “In questo caso la denuncia dell’ inaccettabile comportamento delle autorità emerge molto efficacemente nella trama. E la narrazione coglie anche l’occasione per descrivere la condizione della popolazione nera nel sud degli Stati Uniti in quegli anni.

Malattie evocate

“Non sorprende che una delle malattie più presenti nel cinema sia la peste– puntualizza il revisore dei parametri Covid del governo-. Per la paura che il solo nome ancora evoca. L’ immaginario collettivo la associa a gravità, contagiosità e letalità. Pur essendo essa attualmente confinata a poche aree del mondo. La peste trattata nel cinema si riferisce a eventi del passato. E sovente costituisce l’elemento centrale della vicenda narrata. Ma può anche fungerne solo da sfondo”. Ne è una prova la peste in Nosferatu il vampiro (1922, di Friedrich Wilhelm Murnau). In questo capolavoro del cinema espressionista la
peste è un elemento senz’altro centrale della narrazione. Mentre nel Settimo sigillo (1957, di Ingmar Bergman) la peste che ha devastato il Nord Europa funge solo da cornice storica”. Nell’opera dei fratelli Taviani Maraviglioso Boccaccio (2015), le prime scene mostrano la Firenze del 1348. Dove imperversa la peste. E introducono
immediatamente lo spettatore nella realtà dell’epidemia. invece nell’opera letteraria
la peste è il pretesto per la fuga dalla città dell’ “allegra brigata”.  Il cui scopo è solo la narrazione delle novelle. Nel film I promessi sposi di Mario Camerini (1941), risulta particolarmente efficace la descrizione dell’epidemia di peste che colpì Milano nella prima metà del Seicento. E ricalca ampiamente il testo letterario di Alessandro Manzoni.

Percezione drammatica

Lo scienziato indica, poi, due recenti film, Black Death (2010, di Christopher Smith) e Season of the Witch –L’ultimo dei templari (2011, di Dominic Sena). “Pur in una rivisitazione fantastica, trattano la peste. Cercando di trasmettere al moderno spettatore quella che doveva essere in passato la percezione drammatica della patologia”, afferma il professor Cauda. inoltre alcune scene del film di Mario Monicelli L’Armata Brancaleone (1964) realisticamente descrivono un paese reso deserto dalla malattia. Con il terrore dell’uomo medievale di fronte alla “atra mors“. Alla quale non si poteva sfuggire se non attraverso la redenzione. Dunque con la preghiera. O come nella pellicola, con la partenza per le crociate per liberare il Santo Sepolcro a Gerusalemme”. Ispirato all’omonimo libro di Albert Camus è il film La peste (1992, di Luis Puenzo). All’origine di tutta la storia, ricostruisce “Vita e Pensiero”, c’è un’ epidemia scoppiata in una città del Nord Africa francese. Qui il medico protagonista del film aveva correttamente attribuito alla peste senza tuttavia essere creduto. Si affiancano al protagonista diversi personaggi che condividono l’isolamento sanitario. Cioè la drammatica situazione di isolamento sanitario imposto alla città per la malattia.

Giacomo Galeazzi

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