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Romanelli: “A Gaza dobbiamo ricucire le ferite e lavorare per la giustizia e la pace”

Migliaia di razzi da Gaza verso il territorio israeliano si sono abbattuti sulle aree della cintura della striscia e su Tel Aviv ed Ashkelon. Incursioni di miliziani di Hamas hanno raggiunto le colonie israeliane più vicine alla Striscia seminando morte e distruzione. “Nessuno sa dove può andare a finire tutto questo. E purtroppo non ci sono segnali che quello che è iniziato possa finire presto”, spiega padre Gabriel Romanelli. Il parroco della parrocchia cattolica di Gaza (dedicata alla Sacra Famiglia) parla all’agenzia missionaria vaticana Fides. E descrive i sentimenti di incertezza carica di tristi presagi che prevalgono nella popolazione locale dopo l’attacco massiccio sferrato dai miliziani di Hamas contro Israele. Pesa soprattutto la memoria di quanto è accaduto in passato in altre fasi di conflitto. “Per situazioni molto meno gravi di quella attuale” ricorda il sacerdote argentino, appartenente all’Istituto del Verbo Incarnato “qui sono iniziate in passato guerre molto lunghe. Nulla è perduto con la pace, tutto si può perdere con la guerra“.

Appello per Gaza

Per padre Gabriel adesso si può solo “pregare e sperare che la guerra finisca al più presto. Per rendere meno difficile far guarire le ferite. E poi lavorare per la giustizia e la pace che tanti israeliani e palestinesi desiderano nell’intimo del proprio cuore“. Intanto l’esercito israeliano ha evacuato i propri civili dalle colonie della cintura intorno a Gaza, in preparazione delle operazioni militari da condurre contro i miliziani di Hamas asserragliati all’interno. Anche papa Francesco ha espresso “apprensione e dolore” per quanto sta accadendo in Terra Santa. Dove “la violenza è esplosa ancora più ferocemente, provocando centinaia di morti e feriti”. All’Angelus il Pontefice ha espresso vicinanza alle famiglie delle vittime. Pregando per loro. E per tutti coloro che stanno vivendo  giorni terrore e di angoscia. “La guerra è una sconfitta. Ogni guerra è una sconfitta. Preghiamo perché ci sia pace in Israele e in Palestina”.

Porte aperte

Cristiani a Gaza: “Porte aperte agli sfollati, anche musulmani”. Secondo l’Onu l’emergenza umanitaria coinvolge oltre 338 mila persone. La piccola comunità cristiana (poco più di 1.000 fedeli su 2,3 milioni di abitanti) apre la sue strutture. Con il blocco di forniture di luce, cibo, carburante, gas e acqua, deciso da Israele per assediare Hamas e preparare l’offensiva terrestre, peggiorano ora dopo ora le condizioni della popolazione gazawa. Che si trova letteralmente tra i fuochi dei due combattenti. L’ultimo bilancio dei morti nel conflitto parla di 1.300 israeliani e 1.200 palestinesi, riferisce il Sir. Israele ha ribadito che non permetterà “l’ingresso di risorse di base o aiuti umanitari a Gaza finché Hamas non avrà liberato gli ostaggi”. In queste condizioni, ha affermato la Croce Rossa, “presto la situazione sarà ingestibile”. Sono oltre 338.000 gli sfollati a Gaza, ha spiegato l’Onu. Si lavora con l’Egitto per consentire un passaggio sicuro a Gaza degli aiuti e di medicine. E per l’apertura di un corridoio umanitario “a senso unico verso l’Egitto” presso il valico di Rafah. L’unico non controllato da Israele.

Piccola comunità

Anche la piccola comunità cristiana di Gaza, poco più di 1.000 fedeli, oltre 100 dei quali cattolici, fa la conta dei danni dei bombardamenti israeliani in corso sulla Striscia. “Almeno 8 famiglie di nostri fedeli hanno perso l’abitazione. E sono ospitati in parrocchia insieme ad altre 200 persone – puntualizza padre Gabriel Romanelli, il parroco latino di Gaza -. Nel centro Tommaso d’Aquino ce ne sono altre 30. Mentre nelle strutture della Sacra Famiglia, interne alla parrocchia, ne abbiamo circa 400. Molte di queste sono musulmane che abitano nelle vicinanze. Attiva anche la Chiesa ortodossa, che sta assistendo una cinquantina di suoi fedeli e anche di musulmani“.Da Gaza, dove dirige la scuola del Patriarcato latino di Gerusalemme, a parlare all’agenzia della Cei è suor Nabila Saleh, delle suore del Rosario. “Stiamo allestendo la scuola per ospitare gli sfollati ma non abbiamo molto da offrire come materassi e coperte. Perché in passato non è mai accaduto di accogliere persone. Mai come in questi giorni le famiglie non sanno dove andare e sono alla ricerca disperata di rifugi. In questa tragedia ci confortano molto le preghiere e le parole di Papa Francesco che ringraziamo a nome di tutti”

Sotto le macerie

L’ aviazione israeliana ha continuato a bombardare obiettivi terroristici appartenenti ad Hamas. La Striscia è oramai stretta d’assedio. “Abbiamo notizie di alcune famiglie degli studenti della nostra scuola che hanno perso la casa e alcuni loro parenti, in particolare un papà con una figlia, sono dispersi sotto le macerie – racconta la religiosa -. Si scava a mani nude nella speranza di ritrovarli ancora in vita. Anche la scuola lamenta qualche danno. “Ma niente di grave rispetto a ciò che si vede nei media”. Il personale della scuola da questa mattina presto sta collaborando con le suore per allestire spazi sufficienti ad accogliere gli sfollati. L’istituto scolastico, il più grande della Striscia, è situato nel quartiere di Tel al-Hawa, nella parte meridionale di Gaza. Dove si trovano anche l’Università Islamica e uffici ministeriali. A collaborare con suor Nabila, è Hanady, la sua assistente da tempo, “il mio braccio destro”, dice la religiosa. “Israele ha avvisato la popolazione del quartiere a non avvicinarsi ad alcune zone perché a rischio raid. Hanady abita proprio in quella parte per cui verrà a stare da noi. Al momento ci prepariamo a ricevere una decina di famiglie, circa 70 persone in totale. Ma potrebbero arrivarne di più. La gran parte di queste famiglie sono musulmane, i nostri studenti, infatti, sono praticamente tutti di fede islamica“.

In preghiera

“Siamo in una area pericolosa che in passato è stata spesso colpita dai raid aerei di Israele – spiega la preside – e mai nessuno ci aveva chiesto ospitalità e rifugio. Ma adesso è diverso, la situazione è drammatica e le famiglie cercano luoghi dove riparare. E non possiamo dire di no alle richieste di aiuto e abbiamo aperto la scuola. Da noi le famiglie possono trovare un po’ di energia elettrica garantita dai pannelli solari. Dono prezioso della Chiesa italiana finanziati con i fondi dell’8×1000. E dell’acqua che attingiamo da un vecchio pozzo che abbiamo dentro la scuola. Il cibo scarseggia. Abbiamo chiesto aiuto a degli organismi internazionali. E non sappiamo se e cosa potranno darci. Ma di una cosa abbiamo soprattutto bisogno. Della preghiera e della vicinanza di tutti. E che Dio illumini le menti di chi ha in mano le sorti di questa guerra”.

Giacomo Galeazzi

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