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Cristiani perseguitati: la piaga del Terzo Millennio

Persecuzioni in atto, come nei primi tempi. Ma anche discriminazioni, che spesso poggiano sull’uso indebito delle nuove tecnologie. Anche nel Terzo Millennio, la libertà religiosa è messa duramente alla prova, imponendo sacrifici, nascondimento, persino il martirio laddove l’intolleranza è più crudele. Una condizione tutt’altro che distante da noi, perlomeno su un piano spirituale. A essere coinvolte, infatti, sono sempre più spesso le comunità di cristiani che, quando non hanno a che fare con un fondamentalismo violento, come accaduto in Iraq durante la radicalizzazione di daesh, possono trovarsi oppresse da atteggiamenti discriminanti e discriminatori. A prescindere dalla corposità delle comunità stesse. E questo, purtroppo, non accade solo ai nostri giorni ma anche piuttosto vicino. Interris.it ne ha parlato con Massimiliano Tubani, della sezione Ricerca e Pubbliche relazione di Aiuto alla Chiesa che soffre.

L’intervista

Solo pochi giorni fa, durante le celebrazioni per i 21 martiri copti, il cardinal Koch ha detto: “Si contano più martiri oggi che non nei primi secoli. L’80% dei perseguitati per fede oggi sono cristiani”. Dove e in che misura si concentrano, oggi, le persecuzioni contro i cristiani?
“Il fenomeno persecutorio ai danni delle comunità cristiane è esteso e virulento. L’elenco dei paesi coinvolti è purtroppo lungo, e comprende sia nazioni in cui la comunità cristiana è numericamente consistente, sia altre in cui è ridotta al lumicino. Possiamo poi distinguere la persecuzione dalla discriminazione. Quanto alla categoria più allarmante, cioè quella della persecuzione, dobbiamo citare Afghanistan, Arabia Saudita, Bangladesh, Burkina Faso, Camerun, Ciad, Cina, Corea del Nord, Eritrea, India, Iran, Isole Comore, Libia, Maldive, Malesia, Mali, Mozambico, Myanmar, Nicaragua, Niger, Nigeria, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sri Lanka, Sudan, Turkmenistan e Yemen. Il totale dei cristiani che vivono in terre di persecuzione è pari a oltre 307 milioni di fedeli”.

E per quanto riguarda la discriminazione?
“Passando alla categoria della discriminazione ricordiamo Egitto, Etiopia, Iraq, Israele, Palestina e Gaza, Qatar, Siria, Turchia e Vietnam. Scorrendo anche sommariamente questi elenchi potremmo essere tentati di pensare che la persecuzione è un fenomeno lontano, che in quanto occidentali non ci tocca. Purtroppo non è così. E lo ha spiegato Papa Francesco ormai otto anni fa, quando ha parlato delle ‘due persecuzioni’. La prima delle quali è esplicita e violenta, mentre la seconda è quella ‘educata’, travestita di cultura, modernità e progresso, che finisce per togliere all’uomo la libertà, anche all’obiezione di coscienza. Quest’ultimo fenomeno è molto diffuso, anche in Europa”.

In alcuni contesti geografici, ad esempio a Ninive, le comunità cristiane hanno fatto a lungo i conti con il fondamentalismo, faticando molto a resistere alle violenze. Oggi, a Gaza, la comunità cattolica sopravvive nonostante le sofferenze. Qual è la situazione?
“Nell’intera Striscia di Gaza, prima dell’attacco terroristico, i cristiani erano circa 1.000. La maggior parte dei quali ha trovato rifugio nella parrocchia latina della Sacra Famiglia. Attualmente, secondo fonti locali, la comunità presente nel territorio si è ridotta a circa 800 persone. Le loro condizioni sono drammatiche, perché hanno perso le case e non sanno come procurarsi cibo e farmaci. Il conflitto ha avuto un forte impatto anche sui circa 37.000 cristiani palestinesi della Cisgiordania e sui circa 10.000 di Gerusalemme Est, i quali dipendevano dal turismo per ottenere un reddito”.

Come ci si sta muovendo sul piano umanitario?
“Con la cessazione del flusso di pellegrini e turisti, molti di loro hanno perso la retribuzione, mentre altri non sono in grado di recarsi al lavoro a causa della chiusura dei posti di blocco e di altre restrizioni. Vanno poi ricordati i circa 100.000 migranti e richiedenti asilo cristiani che vivono in Israele. Centinaia di quanti lavoravano nelle aree circostanti la Striscia di Gaza sono stati costretti a fuggire e a cercare riparo in rifugi temporanei a Gerusalemme Est. Principalmente in conventi, pensioni cristiane e altre strutture della Chiesa. Altri si sono rifugiati nelle chiese in diverse parti d’Israele, come Tel Aviv. ‘Aiuto alla Chiesa che Soffre’ sta collaborando con il Patriarcato Latino di Gerusalemme per fornire a tutte queste comunità aiuti umanitari d’emergenza per un valore complessivo di circa 700.000 euro”.

Negli ultimi anni, si è assistito a un trend sempre maggiore nell’utilizzo delle nuove tecnologie. Anche attraverso tali strumenti è possibile discriminare una religione o, addirittura, “desacralizzarla”?
“Fra i paesi responsabili della persecuzione contro i cristiani abbiamo citato la Cina. La struttura di sorveglianza statale attraverso la proliferazione di telecamere di sicurezza e scanner di dati altamente sofisticati è stata estesa dal Partito comunista cinese a tutta la nazione. A differenza delle tradizionali telecamere a circuito chiuso, i nuovi dispositivi sono in grado di trasmettere alla polizia immagini ad alta risoluzione dei singoli volti”.

In pratica cosa accade?
“Per far un esempio, a Urumqi, capoluogo della regione autonoma dello Xinjiang, le forze dell’ordine hanno installato più di 18.000 telecamere di riconoscimento facciale. Attraverso le quali vengono controllati circa 3.500 complessi residenziali della città. Nei principali punti di passaggio pedonale di tutto il territorio nazionale sono stati posizionati degli scanner che captano e raccolgono dati dagli smartphone all’insaputa di chi vi passa accanto. Tali dati sono poi raccolti in piattaforme analitiche condivise, come la Piattaforma Operativa Congiunta Integrata (IJOP), attualmente operativa nello Xinjiang. Tali strutture raggruppano e incrociano le informazioni, per poi segnalare gli individui che sono in contatto con noti ‘malcontenti’, cioè i dissidenti, quanti usano app di messaggistica protette da crittografia, oppure quanti si impegnano in un grado insolitamente elevato di attività religiose”.

Una strategia che chiama in causa la privacy…
“Alla fine del 2020, più di 200 telecamere di riconoscimento facciale erano installate in chiese e templi in una contea della provincia dello Jiangxi. Altre 50 telecamere sono state attivate nelle chiese statali registrate delle Tre Autonomie. Le chiese che si sono rifiutate di installare le telecamere sono state chiuse. Come è successo alla Chiesa di Sion, una delle più grandi chiese non registrate di Pechino. Nel 2024, la difesa del diritto alla libertà religiosa passa anche attraverso la diffusione della cultura della sicurezza e della privacy in ambito digitale”.

Damiano Mattana

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