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“Un Paese fondato sui nonni”. Asili nido e caro-tariffe

Sos caro rette negli asili nido. Secondo l’ Istat, in Italia ci sono 3.518 servizi attivi e 350.307 posti autorizzati al funzionamento (-0,1%). I posti negli asili nido bastano solo per il 28% dei bambini tra 0 e 2 anni. Un leggero incremento (0,8%) rispetto all’anno precedente. Dovuto alla contrazione delle nascite e alla conseguente riduzione dei potenziali beneficiari del servizio. Il target del 33%, che avrebbe dovuto essere raggiunto già nel 2010 (come definito dal Consiglio Europeo di Barcellona nel 2002), si avvicina. Ma resta molto lontano il nuovo obiettivo Ue del 45% di bambini frequentanti servizi educativi di qualità entro il 2030. Se si analizza la situazione nei diversi territori, il divario tra Nord e Sud rimane molto ampio. Il Centro-Italia e il Nord-est in media hanno una copertura di posti negli asili nido ben superiore al 33% dei bambini residenti (36,7% e 36,2%, rispettivamente). Il Nord-ovest si avvicina all’obiettivo (31,5%). Mentre il Sud e le Isole sono ancora molto lontani (16,0% e 16,6% rispettivamente).
Foto di BBC Creative su Unsplash

Pochi asili

A livello regionale l’Umbria è la regione con il più alto livello di copertura (43,7%), seguita da Emilia Romagna (41,6%), Valle d’Aosta e Provincia Autonoma di Trento (41,1%). La Toscana, il Friuli Venezia Giulia e il Lazio si attestano sopra la soglia del 33% (38,4%, 36,8% e 36,1%). Mentre al Sud, Campania, Sicilia e Calabria restano sotto il 15% (11,7%, 13% e 14,6% rispettivamente). Per raggiungere il 33% di copertura entro il 2026, il governo ha fatto sapere che verranno adottati due piani per gli asili, uno da circa 530 milioni con le risorse già finanziate nel decreto Caivano e un secondo piano con 900 milioni di risorse nazionali rimodulate da altri piani di edilizia scolastica. La modifica del Pnrr, approvata dalla Commissione europea, rivede il target finale degli asili nido e delle scuole dell’infanzia, portandolo da 264.480 posti a 150.480. Con un taglio di oltre centomila posti.
Foto di ALEXANDRE LALLEMAND su Unsplash

Ue su asili

La rimodulazione si è resa necessaria per due motivi. Da una parte l’aumento dei costi delle materie prime. Dall’altra il fatto che Bruxelles non ha ritenuto ammissibili come nuovi posti gli interventi di messa in sicurezza, demolizione e ricostruzione. Nonché i centri polifunzionali, che erano stati selezionati nel 2021-2022 dal precedente governo. Nonostante la modifica, il governo ha assicurato che non sarà definanziato nessun intervento già aggiudicato. Così come saranno mantenute le risorse in conto corrente già assegnate ai comuni. Altroconsumo è un’organizzazione di consumatori con 318.000 soci. Nata nel 1973 come Comitato Difesa Consumatori, ha come obiettivo l’informazione e la tutela dei consumatori. L’associazione è membro BEUC e di Consumers International e partner di Euroconsumers. Dopo l’indagine condotta nel 2022 Altroconsumo torna sul tema per monitorare lo stato dei sistemi di welfare per le famiglie in Italia, coinvolgendo gli asili nido comunali, 285 privati in otto città (Milano, Roma, Torino, Firenze, Bologna, Genova, Napoli e Palermo) e mille intervistati della community di ACmakers.
Foto di National Cancer Institute su Unsplash

Tariffe

Rispetto all’inchiesta sulle tariffe dei nido privati di due anni fa, si legge nella nota, per le città considerate le tariffe orarie sono aumentate in media dell’8,8%. A Roma, Milano e Genova l’aumento è stato più elevato, sopra l’11%. Torino e Bologna stabili. Negli asili comunali è difficile trovare un posto, e le rette sono molto salate, considerando il rapporto con i redditi medi.  La retta media mensile per una famiglia con un Isee di 30 mila euro si aggira sui 500 euro a Milano e Torino, poco meno a Firenze. Nei nidi privati gli orari sono maggiormente flessibili, ma la retta media sale. 640 euro. Tranne a Milano che raggiunge gli 800 euro mensili. Il nostro Paese non garantisce un numero di posti nei servizi per l’infanzia adeguato allo standard europeo, fissato dal Consiglio Europeo di Barcellona del 2002 (un posto per almeno il 33% dei bambini entro il 2010). Nel frattempo, l’Europa si è, però, data nuovi obiettivi. Il 45% di bambini frequentanti servizi educativi di qualità entro il 2030. L’Italia, con una copertura del 28%, è in netto ritardo se si considera la media UE del 37,9%, nello specifico, tra i Paesi più virtuosi troviamo l’Olanda con una copertura del 74%, la Danimarca con il 69,1%, Francia e Spagna con una copertura di oltre il 50%. Inoltre, nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) l’Italia si è impegnata a realizzare 150 mila nuovi posti nei nidi, centomila in meno rispetto ai 250 mila che erano stati ipotizzati anche per ridurre il divario territoriale aumentando i posti al Sud. L’obiettivo di portare la copertura dei nido al 33% non può bastare.
Foto di Kelly Sikkema su Unsplash

Rette salate

È necessario garantire a tutti i bambini l’accesso ai servizi per l’infanzia ad un costo sostenibile. Altroconsumo si è rivolto alla community di ACmakers coinvolgendo mille intervistati, dai quali è emersa la necessità di ripensare i sistemi di welfare per le famiglie tenendo conto delle reali esigenze dei genitori italiani. Viste le politiche che allungano sempre di più la permanenza a lavoro, mamme e papà richiedono di investire per aumentare le strutture e i posti disponibili, norme che diano maggiore flessibilità lavorativa (congedi, permessi). E un contributo diretto da parte dello Stato nel pagamento della retta, almeno in parte, per tutti. Oltre che la possibilità di essere supportati anche nel periodo estivo: dall’indagine condotta emerge che a luglio solo il 2% dei nido chiude del tutto, il 12% per qualche settimana, l’86% rimane aperto. Situazione completamente differente nel mese di agosto. Durante il quale il 93% degli asili nido risulta essere chiuso. Dunque, la carenza di servizi per l’infanzia, e i costi spesso insostenibili per le famiglie, sono tra i principali nodi da sciogliere per arrestare il calo demografico della popolazione italiana. Ed evitare che, soprattutto le donne, siano costrette a scegliere tra lavoro e maternità: oggi il 63% delle neomamme è costretto a compiere questa scelta.
Giacomo Galeazzi

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