Intervento

Periferie geografiche ed esistenziali: il carisma ecumenico

“Il Signore continua a manifestarsi nelle periferie, sia geografiche che esistenziali- insegna Jorge Mario Bergoglio-. Il Figlio di Dio non sceglie Gerusalemme come luogo della sua incarnazione, ma Betlemme e Nazaret, due villaggi periferici, lontani dai clamori della cronaca e del potere del tempo”. Da una parte, la periferia non è solo una realtà economica e storica. Assumendo anche momento che essa implica anche una caratterizzazione simbolica nella distribuzione del potere mondiale. Dall’altra, essa è un’anomalia strutturale nella prospettiva integrativa del mondo, che non viene riassorbita dal processo globale.  Rischiando anzi di solidificarsi e di rendere permanenti le condizioni di esclusione e di marginalizzazione di buona parte della popolazione mondiale.

Foto di Gabriella Clare Marino su Unsplash

Francesco ha iniziato il pontificato parlando di vescovo e popolo. Non ha detto solo “buonasera”, ma, e forse ci fa meno comodo, ha mostrato la vera dimensione della Chiesa messa in luce dalla stessa Costituzione dogmatica “Lumen Gentium, che inizia non parlando della gerarchia, ma del mistero della Chiesa e subito del Popolo di Dio. Solo dopo si parla della gerarchia, che non è separata ma è parte del popolo. Questa dimensione della Chiesa evidenzia la comunione, l’unità, l’incontro, l’inclusione, una Chiesa senza barriere e muri, che esce e dialoga con tutti. “Chiesa in uscita”, la chiama Francesco. Nel 2013 si è svolto il IV Congresso Missionario Americano in Venezuela. C’erano circa 4000 partecipanti da tutto il continente, ma soprattutto dall’America del Sud, tra cui molti giovani. I delegati degli episcopati europei avvertono con chiarezza la dimensione del popolo, che si fonda e cresce su una Parola di Dio letta nella storia e nella vita dei popoli e dei poveri, il cui ascolto libera, dà speranza, integra, guarisce, dà gioia anche nelle difficoltà. Lo si percepiva anche nei canti e nelle manifestazioni gioiose di religiosità popolare.

Fonte: Vatican news

Jorge Mario Bergoglio è un vescovo che vive nel profondo la rivoluzione del Concilio orientato a una riforma della Chiesa. Lo spirito del Vaticano II vive nelle sue parole, nelle omelie, in un’idea di Chiesa madre di umanità, che guarda con simpatia a tutti. Francesco ha colto quelli che il Concilio chiama i segni dei tempi. Lo ha fatto di fronte alla guerra in Siria, Ucraina, Terra Santa. Lo fa continuamente davanti a un mondo europeo impaurito e un po’ miope, concentrato su di sé senza una visione del futuro e della storia nella sua complessità. I suoi viaggi a Lampedusa, in Albania, in America Latina, in Africa, dove ha voluto aprire l’Anno Santo in un paese poverissimo e travagliato dalla guerra come il Centrafrica, sono da leggere nella prospettiva di una Chiesa che si fa vicina senza paura a chi soffre, come una madre ai suoi figli. In questo papa Francesco coglie una missione della Chiesa per il mondo e nel mondo e non solo una Chiesa che parla ai “suoi”.

Foto nicolasweldingh Unsplash

L’ecumenismo di Jorge Mario Bergoglio si riallaccia all’incontro di Giovanni XXIII con Jules Isaac del 13 giugno 1960, che gli parlò della teologia del disprezzo e dell’antisemitismo. Giovanni XXIII conosceva la sofferenza degli ebrei da delegato apostolico a Istanbul, dove si era adoperato per la loro salvezza. Ma papa Roncalli aveva conosciuto prima a Sofia, poi a Istanbul, poi a Parigi e infine a Venezia anche il mondo dell’ortodossia e della riforma, con cui si aprì a un rapporto cordiale. La “Nostra Aetateaffonda le sue radici lì, come del resto l’apertura al dialogo ecumenico, su cui Paolo VI pose una pietra miliare nel suo incontro a Gerusalemme con il patriarca ecumenico Athenagoras. Poi a la svolta conciliare si completò con Giovanni Paolo II.

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Al di là dei numerosi incontri e documenti del pontificato di Karol Wojtyla, l’icona più significativa del sogno ecumenico e di incontro con le religioni mondiali fu Assisi 1986. Questa icona rimane un punto fermo, perché sottolinea come il dialogo si realizza innanzitutto con l’incontro fraterno nel rispetto delle differenze e nella tensione comune verso la pace attraverso la preghiera, come fu Assisi. Icona indelebile e un po’ dimenticata, nonostante la Comunità di Sant’Egidio con fedeltà la riproponga ininterrottamente dal 1987. In questo spirito, appunto lo spirito di Assisi, si pone la visita alla Sinagoga di Roma, poi ripetuta da Benedetto XVI e nel gennaio 2016 da Francesco. Bergoglio riprende questa idea dell’incontro fraterno, che crea relazioni e aiuta a superare antichi steccati. Così è stata la visita a sorpresa alla Chiesa Evangelica della Riconciliazione a Caserta, o quella ai Valdesi, alla comunità Luterana a Roma, e gli incontri con patriarchi delle Chiese ortodosse o Antiche Chiese Orientali. È l’ecumenismo dell’incontro più che dei documenti, che aiuta ad avvicinare spiritualmente guarendo antiche ferite e pregiudizi. Nei documenti del Vaticano II, la Chiesa povera per i poveri auspicata da Francesco non appare in modo così evidente e compiuto.

Foto © VaticanMedia

Come mostra un libro di Joan Planellas Barnosell (“La chiesa dei poveri. La sfida sempre attuale del Vaticano II), si tratta di un tema che ha percorso tutto il dibattito conciliare. Se ne trova traccia qua e là nei testi. Papa Roncalli parlava di una Chiesa di tutti, particolarmente dei poveri. Comunque, secondo Spreafico, già alla fine del primo capitolo della “Lumen Gentiumtroviamo un paragrafo che contiene quella teologia che in papa Bergoglio prenderà la forma di un aspetto essenziale del vivere della Chiesa. È, infatti, evidente a tutti come Francesco voglia vivere e testimoniare la Chiesa povera per i poveri, sui cui il Concilio aveva posto l’attenzione. Lo ha fatto scegliendo di vivere a Santa Marta. Lo fa parlando continuamente dei poveri, della cultura dello scarto così diffusa nella nostra società, della necessità di “toccare la carne” dei poveri e non solo di aiutarli tenendoli a distanza.

Foto: Vatican News

Proprio parlando dei poveri emerge l’idea conciliare del popolo, a cui tutti possono appartenere. È quanto dice Francesco nella “Evangelii Gaudiumquando parla dell’inclusione dei poveri (186-216). Per la Chiesa, scrive papa Bergoglio, l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. “Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del ‘sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti si lascino evangelizzare da loro”. Non si tratta solo di assistere i poveri né l’esercizio della carità nei loro confronti è un problema della Caritas e o dei volontari. L’amore per i poveri e la loro inclusione nella comunità, nel rispetto delle differenze, si pone come una dimensione costitutiva dell’essere cristiano. Proprio qui Francesco porta a compimento un aspetto del vivere della Chiesa che diventa fondamentale per il suo stesso esistere e configurarsi come porta aperta a tutti, e particolarmente ai poveri.

Giacomo Galeazzi

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