Intervento

Covid, le incognite nella circolazione del virus

Tutto ha avuto inizio con una segnalazione. Il 31 dicembre 2019 la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan (Cina) ha segnalato all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) un cluster di casi di polmonite a eziologia ignota nella città di Wuhan, nella provincia cinese di Hubei. Il 9 gennaio 2020, il China CDC (il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie della Cina) ha identificato un nuovo coronavirus (provvisoriamente chiamato 2019-nCoV) come causa eziologica di queste patologie. Le autorità sanitarie cinesi hanno inoltre confermato la trasmissione inter-umana del virus. Esiste anche un esame del sangue che può mostrare se una persona ha avuto la COVID-19 in passato. Questo esame è chiamato test “anticorpale”. Si ritiene che, se l’immunità da precedente infezione dura 3-4 mesi, è possibile risultare positivi al virus Sars-CoV-2 anche 4 volte l’anno. Con eccezioni sia in positivo che in negativo. Basta pensare al caso riportato dall’Institut Català de Salut di Tarragona dell’operatrice sanitaria contagiata due volte in un mese.

Secondo l’Istituto superiore di santità (Iss) i bambini, come gli adulti, che presentano sintomi più lievi di COVID-19 sono detti paucisintomatici. Qualora siano presenti, i sintomi tendono a limitarsi nel giro di una o due settimane, ma in media la durata della malattia è di solito di quattro o cinque giorni. Uno studio ha permesso di scoprire che chi si infetta con il virus SARS-CoV-2, responsabile della malattia COVID-19, produce una risposta anticorpale (di tipo IgM ed IgG) contro il virus. Chi si ammala del coronavirus è contagioso per molto tempo: inizio del periodo di contagiosità: due giorni prima della comparsa dei sintomi. L’Istituto superiore di sanità (Iss) è un ente di diritto pubblico che, in qualità di organo tecnico-scientifico del Servizio sanitario nazionale in Italia, svolge funzioni di ricerca, sperimentazione, controllo, consulenza, documentazione e formazione in materia di salute pubblica.

Nel periodo 20 marzo-16 aprile 2023, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha segnalato oltre 2,8 milioni di nuovi casi di COVID-19 e circa 18.000 decessi, in calo rispettivamente del 27% e 32% rispetto ai 28 giorni precedenti. In particolare, i nuovi casi sono diminuiti in quattro delle sei regioni dell’OMS: Africa (-52%), Pacifico occidentale (-33%), Americhe (-32%), Europa (-28%) e sono invece aumentati nel Sud-est asiatico (+654%) e Mediterraneo Orientale. Lo stesso comportamento si è osservato per quanto attiene il numero dei decessi. Inoltre, in questi giorni è stato comunicato che nel febbraio 2023 non si è più registrato nell’Unione Europea un eccesso di mortalità che, secondo Eurostat, è sceso al di sotto della linea base del 2% rispetto alla media dei decessi osservati nello stesso periodo del 2016-2019. Si può quindi dire, in base a questi numeri, che la pandemia, pur con qualche differenza regionale, sta regredendo in tutto il mondo e che la circolazione del virus è attualmente di tipo endemico.

Un vaccino a base di proteine si è rivelato sicuro e ben tollerato in uno studio di fase 1-2 (Júlia Corominas e altro) ed inoltre questo tipo di vaccino ha mostrato una buona efficacia nei confronti delle varianti Beta circolanti e di Omicron BA.1, determinando una specifica risposta sia umorale che cellulare linfocitaria T verso SARS-CoV-2. L’andamento di una curva epidemia, che disegna alternarsi di picchi e avvallamenti, per l’interazione di determinanti facilitatori o deterrenti della trasmissione, significa di fatto che l’epidemia dopo 3 anni è ancora viva come brace che arde sotto la cenere, pronta a riaccendersi.

Prof. Giampiero Carosi

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