Editoriale

Ultime lettere da Kherson

Fate più fuoco, arriva l’inverno. Una guerra iniziata in vista della primavera e destinata, nei progetti dell’aggressore, a durare pochi giorni si trascina da nove mesi e sta per chiudere il ciclo delle stagioni. Sembra un paradosso: la Russia, che ha avuto ragione delle invasioni di Napoleone e Hitler grazie al gelo, ora che invade l’Ucraina punta sulla stessa carta. Solo il tempo ci dirà se è stata, la sua, una geniale intuizione oppure l’ultimo e più letale di una serie di errori madornali. Primo tra tutti: portare una guerra ingiustificabile al vicino sovrano; secondo: immaginare di potersela cavare come Hitler con la Polonia.

Adesso il Generale Inverno dovrà scegliere chi aiutare. La cronaca ci dice che a soffrire sono gli ucraini, con le infrastrutture distrutte e le case al freddo. La logica, invece, suggerisce di rovesciare la medaglia e immaginare l’effetto dei -20° su soldati senza fede né riparo, lontani da casa e segregati in trincea. Se non riusciamo a figurarcelo, leggiamo le “Ultime lettere da Stalingrado”: le ritrovarono in un sacco al momento in cui il fronte si era rovesciato e i tedeschi in rotta non erano riusciti a spedirle dalla sacca che segnò i destini della Seconda Guerra Mondiale. Per chi le ha lette come testimonianze, sono una lezione di umanità; per i polemologi sono una lezione di strategia. Ad ogni modo dimostrano che chi attacca, da quelle parti, deve ben curare gli approvvigionamenti e portarsi dietro tanta legna perché il fuoco dei cannoni non basta. Chi si difende, infatti, è più facile che trovi un sostegno, se non altro tra quei contadini i cui nonni finirono vittime dei russi ai tempi dell’Holodomor. Certe cose non si dimenticano facilmente, anche se poi ti hanno regalato la Crimea.

Il genocidio dei kulaki è stato appena ricordato da Papa Francesco. La cosa ci permette un paio di osservazioni. Innanzitutto la Chiesa prosegue nel tentativo di mediazione. Dieci giorni fa le cose sembravano mettersi bene, e il Pontefice come il cardinal Parolin sembravano addirittura chiedere a Kiev di compiere il passo mancante allo sblocco dei negoziati. Al cadere di missili sulla Polonia, non a caso, chi teneva a freno gli irascibili era Biden e Putin apprezzava. Poi, dopo il vertice di Bali, le lotte interne al Cremlino hanno visto prevalere i falchi, con le conseguenze del caso. Forse l’Ucraina ha perso una preziosissima occasione.

La seconda osservazione è la conseguenza della riga che l’ha preceduta. Più passa il tempo più diventa complicato tenere la Nato lontana dal conflitto. Una prospettiva, quella del coinvolgimento, da evitare ad ogni costo. Biden finora c’è riuscito, ma in Europa sappiamo bene come sia difficile trattenere stati periferici che intendono trascinarti nelle loro rese dei conti. È questa la prospettiva più sinistra per i prossimi mesi invernali.
L’inverno, infatti, alimenterà le emergenze umanitarie (prepariamoci all’arrivo di altri profughi) ed esaspererà le azioni militari. Sembra che la Russia abbia riserve militari per poco tempo e la Nato sia a corto di proiettili, ma l’idea che una guerra si fermi perché non ci sono più cartucce può andar bene in una canzone per bambini. In Ucraina la penuria di munizioni porterà probabilmente a tentare azioni che si vorrebbero risolutive perché sono disperate: lo scenario peggiore.

Kherson tornata all’Ucraina rischia, in questo modo, di trasformarsi in una nuova Stalingrado, o nella Leningrado del grande assedio del 1941-44. Per sintetizzare di cosa si trattò useremo una sola parola: cannibalismo. Probabilmente di poteva evitare tutto questo, lasciando spazio alla diplomazia. Ora indietro non si può tornare: si può solo sperare. Sperare disperatamente, perché forse la pace non è stata così lontana e, quando arriverà, l’orrore continuerà a perseguitarci attraverso il suo ricordo e le sue lettere. Le ultime lettere da Kherson.

Nicola Graziani

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