Editoriale

Quale dovrebbe essere lo scopo dei partiti

Nell’esperienza dell’elezione del Presidente della Repubblica, abbiamo potuto constatare la grave condizione dei partiti, incapaci di coltivare la naturale aspirazione a massimizzare il consenso, coniugandolo con l’interesse generale. Un partito che non conquista consenso è destinato a fallire il suo scopo primario di rappresentanza, ma fallisce ancor più clamorosamente si dimostra incapace di coniugare il suo interesse a quello generale della Nazione, giacché lo scopo costituzionale che ne giustifica la esistenza è quello di essere lo snodo di collegamento tra cittadini, Stato, e democrazia, per agevolare lo sviluppo di ogni ambito della vita comunitaria.

Diciamo che diventa sempre più problematico attendersi esperienze che conducono ad accrescere il bene collettivo, mentre notiamo che ogni decisione, movimento e preoccupazione, sono da ricondurre al desiderio di espandersi elettoralmente. E’ fin troppo chiaro che in tali scenari, la politica viene votata all’inutilità, ed anzi diventa dannosa: cresce il debito pubblico, aumenta la divisione tra i cittadini, la democrazia talvolta si confonde con l’anarchia. Ecco perché  accade che anche nel momento più importante della vita della Repubblica, come quello di eleggere Il suo Presidente, o in quelli decisivi, come la gestione del PNRR, assistiamo a comportamenti lontani dalla normalità che invece riscontriamo in altri paesi europei.

Ormai è convinzione diffusa che queste distorsioni nella vita comunitaria, sono riconducibili alla rarefazione della partecipazione dei cittadini nella vita dei partiti, provocata solitamente da una dirigenza che preferisce verticalizzare le decisioni attraverso il restringimento delle rappresentanze interne. Si sostituiscono i cittadini iscritti con gli eletti nelle assemblee elettive nazionali e locali, scelti dagli stessi capi di partito, bloccando così la vitalità, la selezione dal basso di coloro che si distinguono per affidabilità, capacità, autonomia. Insomma, lo scollamento tra politica e cittadini proviene proprio da presupposti di funzionamento assai discutibili per un paese avanzato.

Per questa ragione bisogna rimediare presto con il ripristino del proporzionale nella legge elettorale, la preferenza del voto per il proprio candidato. Queste sono le condizioni basiche per riportare metà dell’elettorato alle urne, per ricollegare l’eletto all’elettore, per ricondurre i partiti ad essere affidabile strumento della partecipazione dei cittadini. Anche in queste ore abbiamo la conferma di una politica sempre uguale a sé stessa. Sono passati pochi giorni dallo sconcerto dei cittadini per la cattiva conduzione della elezione del Presidente della Repubblica, ed ecco di nuovo le stesse scene: a Draghi tocca portare la croce di scelte difficili per combattere la pandemia, così come ogni sforzo sulla economia, come sulla tenuta delle istituzioni nazionali ed europee, mentre taluni altri nel governo si differenziano per partito preso, si assentano pretestuosamente dalle riunioni istituzionali per fare rumore mediatico e per lanciare minacce velate. Ogni tanto si ha l’impressione che il dibattito si rifaccia a discorsi da bar. Ma così non si va da nessuna parte, ed è ora di cambiare. Per fortuna al Quirinale c’è Mattarella, così come a Palazzo Chigi c’è Draghi. Ma non è decoroso e conveniente far portare loro la croce, mentre alcuni altri si occupano dei fatti loro.

Raffaele Bonanni

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