Editoriale

Gaza, l’agonia dei civili: la missione è salvare vite

Trentacinquemila morti, 78mila feriti e un milione e 600mila persone (in pratica tutti gli abitanti) in emergenza umanitaria. Questi sono i numeri della crisi nella Striscia di Gaza dopo circa 230 giorni di guerra con Israele, iniziata il 7 ottobre con l’attacco terroristico di Hamas nel sud dello Stato ebraico, costato la vita a 1300 cittadini israeliani e che ha tolto la libertà ad oltre 240 ostaggi.

La situazione all’interno della Striscia è catastrofica dal punto di vista sanitario, alimentare e abitativo. In pratica c’è una massa di profughi interni che si sposta a seconda delle aree dove si concentra l’offensiva dell’esercito israeliano (IDF, da Israel Defense Forces). Un popolo intero che non lavora, non si cura e che campa alla giornata solo grazie agli aiuti umanitari internazionali che riescono a raggiungere la Striscia di Gaza nei pochi momenti in cui i valichi sono aperti.

Dopo aver spianato con i bombardamenti Gaza City (il principale centro urbano della Striscia) ora le operazioni delle forze israeliane si sono concentrate su Rafah, la città più meridionale del territorio palestinese controllato da Hamas, al confine con l’Egitto. A Rafah si sono rifugiati praticamente tutti i palestinesi della Striscia, un milione e 600mila, scappati dalle altre zone e che adesso non hanno vie di fuga e alternative se non il tentativo di tornare nelle loro case distrutte più a nord. Secondo Save the Children oltre 600mila sono bambini o minori che ricevono aiuti “col conta gocce” proprio attraverso il valico di Rafah.

Un po’ di ossigeno è arrivato dal molo galleggiante che gli Stati Uniti hanno terminato di costruire il 16 maggio sulla costa di Gaza, grazie a questa infrastruttura provvisoria in pochi giorni sono arrivate 569 tonnellate di aiuti umanitari. Sempre in questi giorni la La Federazione internazionale della Croce Rossa, che conta 22 vittime da inizio guerra, ha allestito un grande ospedale da campo a Rafah con 60 posti letto e in grado di curare 200 persone al giorno. La scorsa settimana poi una missione umanitaria del Sovrano Ordine di Malta e del Patriarcato di Gerusalemme ha raggiunto le due parrocchie cristiane di Gaza.

È in atto quindi una corsa contro il tempo per evitare un disastro umanitario di proporzioni epocali ma un’operazione di vasta scala dell’IDF a Rafah potrebbe ancora far precipitare la situazione. Per questo motivo i governi di 13 Paesi occidentali hanno inviato una lettera a Israele in cui si “ribadisce l’opposizione ad un’operazione militare su vasta scala a Rafah che avrebbe conseguenze catastrofiche sulla popolazione civile”. La missiva ricorda poi che “Rafah è l’unica zona della Striscia di Gaza che offre ancora riparo e assistenza sanitaria, seppure limitata”. “La maggior parte del personale umanitario, delle forniture e delle sedi fisse hanno sede nell’area di Rafah – scrivono ancora i governi occidentali -, compresi i principali punti di ingresso delle forniture umanitarie”.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, un’offensiva militare intensificata colpirebbe circa 1,4 milioni di persone, che potrebbero sfollare verso Al Mawassi, Area Centrale, Khan Younis, o rimanere per scelta o con la forza a Rafah. I ministri degli Esteri dei 13 governi esortano quindi Israele a consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza attraverso tutti i valichi di frontiera principali, compreso quello di Rafah.

Dunque, anche la pressione delle potenze mondiali e regionali è ai massimi livelli ma sul fronte diplomatico non sembra muoversi nulla. Il negoziato per un cessate il fuoco condotto al Il Cairo non avanza di un centimetro e non c’è la benché minima idea di chi potrà governare Gaza al posto di Hamas e della sua brutale leadership che non può garantire una pace duratura con Israele. L’azione militare e politica è un vicolo cieco, salvare le vite dei civili è l’unica azione su cui ha senso concentrarsi in queste ore.

Marco Guerra

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