Editoriale

Fede a azione si abbracciano nel Magistero di pace

Il conflitto ha qualcosa di labirintico: da un labirinto tu non puoi uscire da solo, ci vuole almeno il filo, quello di Arianna, che poi ti aiuterà a uscire. E da un conflitto si esce per essere migliori, ‘da sopra’ – ha detto papa Francesco all’Arena di pace di Verona -. Da un conflitto non si può uscire con anestesia, no, da un conflitto è necessario uscire con realismo: io sono nel labirinto; dobbiamo essere capaci di dare un nome ai conflitti, prenderli in mano e uscire, uscire da sopra e uscire accompagnati, almeno con il filo. Nella nostra vita saremo sempre chiamati a fare passi avanti con i conflitti, a dialogare con i conflitti”.

Posto che oggi si trascura l’unità tra fede e azione, in vista della costruzione della pace sono ancora attuali, anzi attualissime, le parole dell’ultima sezione dell’enciclica Pacem in terris, che ricordano ai credenti il dovere di partecipare attivamente alla vita pubblica nella luce della Fede e con la forza dell’Amore, con competenza e capacità, ricomponendo l’unità interiore tra credenza religiosa e azione temporale, previa una solida formazione cristiana. Giovanni XXIII auspica la collaborazione con i non cattolici e i non credenti. In tale collaborazione, suggerisce il pontefice, siano coerenti con sé stessi, per non venire mai a compromessi riguardo alla religione e alla morale. Ma nello stesso tempo siano e si mostrino animati da spirito di comprensione, disinteressati e disposti ad operare lealmente nell’attuazione di oggetti che siano di loro natura buoni o riducibili al bene.

Inoltre, sappiano distinguere tra false dottrine e movimenti sociopolitici. Sappiano essere testimoni di verità, di giustizia e di amore fraterno. Frontiere dell’azione dei cattolici, in collaborazione con gli uomini e le donne di buona volontà, sono, tra le altre: la promozione dei lavoratori, l’ingresso della donna nella vita pubblica, lotta contro le diseguaglianze e le discriminazioni razziali, la trasformazione sociopolitica dell’umanità in popoli uguali per dignità, indipendenti, non colonizzati; la istituzione di poteri pubblici sia europei sia mondiali, secondo il principio di sussidiarietà, a fronte della necessaria attuazione del bene comune universale; un’azione di adeguazione proficua dell’Onu, in vista di una migliore organizzazione giuridico-politica  della comunità politica mondiale.

Ancora oggi si continua a vivere – in forma, forse, più accentuata – la separazione tra fede e vita, sottolineata dalla Pacem in terris nei termini di una frammentazione identitaria. Non si tratta propriamente della frammentazione politica, causata dalla cosiddetta ideologia della diaspora. Si tratta, invece, del fatto che la propria fede religiosa non sembra più conformare, ossia non riesce ad unificare i vari comportamenti dei credenti. Sicché essi tendono a vivere una netta separazione tra fede e impegno sociale, tra fede e politica, tra ragione e politica. Per esemplificare, possono amare papa Francesco e volere che i porti siano chiusi ad un’umanità sofferente. In altri termini, non pochi cattolici riterrebbero di stare in politica non ultimamente per ragioni di fede – perché ciò, secondo loro, sarebbe deleterio per il dialogo pubblico – ma solo per ragioni umane.

E così, il cuore dei credenti in politica graviterebbe inevitabilmente e solo verso i partiti e non certo verso la comunione con Cristo e il suo Vangelo. Il che indurrebbe o giustificherebbe scelte e comportamenti non coerenti con i valori in cui si crede e con la coscienza rettamente formata, bensì solo conformi agli ordini di scuderia dei partiti. Poco importa se le leggi da votare sono ad impronta laicista, imperniate attorno a visioni antropologiche fortemente riduttive o addirittura irrazionali. Basta che siano state messe all’ordine del giorno dal proprio partito. È indubbio, diciamocelo pure, che questo modo di pensare di non pochi cattolici pone per la Chiesa, che si sta avviando ad un altro anno di cammino sinodale, una questione teologica ed ecclesiologica, una “questione cattolica”, non piccola. Infatti, il suddetto modo di pensare si nutre di questo errato presupposto secondo cui l’essere specifico del cristiano non giustificherebbe un impegno peculiare dei credenti nella politica, un impegno secondo l’ispirazione cristiana. In politica si dovrebbe essere presenti senza ragioni religiose, in definitiva senza il riferimento alla Dottrina sociale della Chiesa. Ma non finisce qui. A ben riflettere, quanto detto implicherebbe altri presupposti, davvero gravi per cattolici che intenderebbero impegnarsi in politica: all’atto pratico, non varrebbe l’incarnazione di Cristo che assume e redime l’umanità, ponendo le premesse di una nuova cultura politica.

Il credente che si impegna in politica non avrebbe, per conseguenza, il compito di vivere la politica, come suggerisce, peraltro, papa Francesco nella Fratelli tutti, secondo carità, ossia secondo l’amore trasfigurante e redentivo di Cristo. Parimenti, il credente non avrebbe il compito di vivere la politica scegliendo la fraternità come principio architettonico della democrazia e sarebbe chiamato a servire il bene comune come semplice cittadino. Non esisterebbe una vocazione cristiana al bene comune. In definitiva, ai cattolici non servirebbe la fede per vivere in politica. Pertanto, in politica, il cattolico potrebbe vivere scisso da sé. Se ciò fosse vero si avrebbe un impoverimento motivazionale dell’impegno politico del credente, il quale sarebbe esposto, per conseguenza, a facili infeudamenti in questo o in quel partito. Tra l’altro si andrebbe esattamente a negare l’appartenenza ad una comunità di discepolato missionario ecclesiale in cui si può vivere l’esperienza dell’essere amati da Dio, e con ciò stesso del vivere il suo amore anche in politica. Per superare la separazione tra fede ed impegno politico occorre riflettere sul fatto che il credente vive in Cristo nell’interezza del suo essere cristiano ed umano. Proprio per questo il credente vive la sua vocazione al sociale e al politico, al bene comune, non disgiungendola dall’essere in Cristo bensì nella comunione con Lui, tenendo presente la differenza o, meglio, la distinzione degli ambiti della fede e della politica. Il rapporto tra fede e politica va letto ed interpretato in termini di unità e di distinzione. Il cristiano vive il suo impegno nella politica in termini laici, non laicisti.

mons. Mario Toso

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