Chiesa Cattolica

Fusarelli: “Il mio viaggio in Terra Santa, dove in troppi sono armati”

Il diario di viaggio pubblicato da L’Osservatore Roano di fra Massimo Fusarelli, Ministro generale dell’Ordine francescano frati minori, di quanto vissuto in Terra Santa, dove ha visitato i confratelli di Gerusalemme, di Galilea e di Betlemme: “Una visita ai nostri fratelli che vivono e lavorano in Terra Santa programmata da tempo. Ma alla luce di quanto accade dal 7 ottobre scorso, ha assunto un altro valore”.

Il racconto di viaggio: i volti degli ostaggi

Il 15 aprile arrivo all’aeroporto di Tel Aviv in piena notte. Questo viaggio, in compagnia del vicario generale dell’Ordine, era in programma dallo scorso anno come una visita più ampia ai nostri fratelli che vivono e lavorano in Terra Santa, ma alla luce di quanto accade dal 7 ottobre scorso, ha assunto un altro valore.

Molti ci hanno sconsigliato di partire. Eppure, una volta che il volo è stato confermato, non abbiamo esitato a partire alla volta del paese, dove i nostri frati e tanti altri restano, pur nell’oscurità dell’ora presente.

All’arrivo all’aeroporto Ben Gurion ci accolgono i ritratti degli ostaggi di Hamas: volti sorridenti e per la maggioranza giovani. Una galleria di insopportabile dolore. Poi siamo colpiti dalla calma, certo complice la notte. Tutto sembra normale, eppure non lo è. Attraverso le vie di Gerusalemme, come di Galilea e di Betlemme, e avverto una pace surreale, una calma sospesa, zuppa di una tensione che scorre nelle vene di tutti coloro che abitano questa Terra.

Il viaggio in Galilea

Il 16 aprile partiamo per la Galilea. Si alternano sassi e verde, colline e pianori, in una terra così bella. Il contrasto con la tensione generata dalla guerra è quasi insopportabile. Viaggiamo veloci, perché non ci sono pellegrini e turisti. La sensazione di vuoto è intensa. Bisogna abituarcisi, lasciarla entrare in sé, non respingerla, ma imparare a farci i conti. La strada è costellata di bandiere d’Israele, che sembrano stringere le fila di un popolo. La presenza di militari è discreta, ma la loro giovane età colpisce e ferisce.

Arriviamo a Magdala, dove il sito archeologico della Custodia di Terra Santa è bagnato di sole e ci mostra la forza del tracciato di questa antica e prospera città sulle rive del lago di Tiberiade. Ammiriamo le pietre del cardo, che possono aver sentito i passi di Gesù di Nazaret. La calura è forte, mitigata all’ombra dei grandi alberi sempreverdi. Mi sembra di ascoltare la voce del passato, quando queste strade erano gremite di venditori e di compratori e i prodotti della Cina e dell’India arrivavano fino a qui nel I sec. d.C. e oltre.

Penso come questa terra abbia visto da sempre popoli diversi, movimenti ed esodi, invasioni e pacifiche convivenze, tempi di decadenza e di rinascita. Una terra complessa che non si finisce mai di squadernare per scoprirne volti e colori, storie e differenze, dentro una vocazione universale. Lo stesso ritrovo a Tabga e poi a Cafarnao, maestosa nel vuoto che l’affligge.

La salita al monte Tabor

Saliamo quindi il colle del Tabor, nel quale la tradizione ravvisa l’alto monte dei Vangeli e l’Antico Testamento un luogo di battaglie, di violenza e di ricerca di salvezza di Israele contro i suoi nemici. Provo ad ascoltare questa memoria profonda che sale dalla Bibbia, per riconoscere nella terra che calpesto l’infinita successione di vite e di morti, di amori e di odi, di vittorie e di sconfitte. Una catena che dura sino ad oggi.

Sul Tabor, con molti frati, fedeli e amici, ci aspetta la memoria dei cento anni della magnifica basilica della Trasfigurazione. Dopo aver incontrato i frati che vivono in Galilea e aver condiviso con loro le ansie e le speranze di questo tempo che non esitano a definire “oscuro”, ci prepariamo per l’Eucaristia solenne. La luce della sera scalda la pietra della basilica e ne accende le tante venature e l’anima più profonda. Vorrei che questo riverbero luminoso si spandesse sulla terra che da questa montagna vedo stendersi.

Mi accompagna anche in questa oasi di pace la sensazione di tensione e di minaccia che la guerra porta con sé, con il carico di incertezza per il futuro e per un presente difficile da sopportare. Pregando e cantando su questo monte, avverto come sia prezioso per i credenti restare in questa terra e intercedere, camminare cioè tra Dio e gli uomini e anche tra gli avversari che si fronteggiano. Pregare qui significa restare tra luci di vita e ombre di violenza e di morte, desti nell’attesa di un giorno nuovo, che l’invocazione anticipa. Una preghiera disarmata, ricca solo di povera fede, tenace nel non spegnersi, audace nel chiedere a Dio ciò che sembra impossibile, la pace.

Nella Gerusalemme dove “troppi sono armati”

Torniamo a Gerusalemme, dove tra un incontro e l’altro con i frati, gli studenti delle scuole e le famiglie e diverse persone che abitano questa città, avverto ancora il clima surreale di apparente tranquillità, che le troppe armi presenti in braccio non solo ai militari, ma anche a uomini che passeggiano con le loro famiglie nella città nuova, negano.

Troppi sono armati e fanno sentire che la guerra diventa mentalità, stile, quasi prassi, comunque giustificata. Chi toglierà a tanti civili queste armi quando la guerra finirà? Una domanda che mi inquieta molto. Gli incontri a Betlemme mi mettono a contatto con la realtà di troppi morti tra i palestinesi, oltre ai tanti imprigionati. Anche Betlemme è vuota e senza pellegrini non c’è più lavoro e di spegne la fiducia, mentre la povertà degli abitanti cresce.

Ascolto anche la voce di israeliani che soffrono intensamente per la guerra e patiscono il muro che si alza tra loro e gli altri. Sento anche di tanti che lasciano il paese da una parte e dall’altra. Molti sanno che non torneranno, perché vivere in questa tensione non è facile e non promette futuro ai loro figli. Lascio Gerusalemme per tornare a Roma durante il sabato e sembra un giorno tranquillo di festa, che tranquillo non è. Guardo le mura di Gerusalemme e con il salmo chiedo che la pace le rivesta, da Israele alla Palestina, dalla Galilea a Gaza, sino a Rafah. Una speranza, una preghiera, un grido: perché invochiamo la pace e sembra rispondere solo la guerra?

di: Massimo Fusarelli, Ministro generale dell’Ordine francescano frati minori

Da: L’Osservatore Romano

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